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L’Europa non ha bisogno del bail-in, ma di salvarsi da se stessa

Quello che si sta facendo in Europa è fingere che le cose siano diverse da quel che sono. I mercati, però, per quanto ansiolitici e non sempre trasparenti (il banco ce l’ha sempre Wall Street e questo non è giusto) funzionano più semplicemente di quello che si possa immaginare. Rispondono a una regola: quando non vedono chiaro su qualcosa vendono. Ed è quello che sta accadendo alle banche europee.

Dal 1° gennaio è entrato in vigore il bail-in, un meccanismo che sposta la responsabilità dei salvataggi delle banche in difficoltà dagli Stati (e quindi dai contribuenti in senso lato) a chi ha a che fare con la banca caduta in dissesto in una scala di priorità che vede colpiti prima gli azionisti, poi i detentori di obbligazioni subordinate, poi quelli di obbligazioni senior e infine, e solo per le somme eccedenti i 100mila euro (200mila se cointestato) i correntisti dell’istituto.

Inserire i correntisti nella norma non è stata una mossa intelligente. Perché c’è il forte rischio di minare la fiducia nel rapporto cliente-banca, e la fiducia è il primo asset da difendere in qualsiasi aspetto nella vita, compresa la gestione di una banca. Ma è l’intera norma sul bail-in a peccare di presunzione ideologica. Perché si ignora la realtà, e la realtà è che le banche per quanto siano istituti privati svolgono una funzione pubblica, ovvero prestare soldi all’economia reale. Senza questi prestiti, questa leva finanziaria, l’economia reale non avrebbe la benzina per espandersi. Ci vorrebbe una via di mezzo e certamente più morbida di questo bail-in entrato in vigore da un giorno all’altro, cambiando in 24 ore un paradigma.

L’attività delle banche è strettamente connessa a quella pubblica. Separare banche da Stato nei salvataggi è quindi una forzatura ideologica e fa parte della corrente di pensiero troppo estrema per la quale lo Stato deve stare al suo posto, e il suo posto nella scala sociale viene dopo quello delle banche. Concordo che sia ingiusto “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”, cosa che accade sostanzialmente in caso di salvataggio di una banca ad opera dello Stato (bail-out). Ma non bisogna nemmeno avere fette di prosciutto sugli occhi per capire che anche quando si prova la strada del bail-in (privatizzare i profitti e privatizzare le perdite) si finge che le cose siano diverse da quel che sono. Perché se una banca fallisce la sua ricaduta è inevitabilmente pubblica, visto che le banche svolgono una funzione pubblica.

La morale poi arriva proprio dalla Germania – come spiega elegantemente questo articolo – che più di tutti ha spinto per l’approvazione del bail-in e che negli anni della crisi ha invece salvato a piene mani i propri istituti in difficoltà con soldi pubblici. Del resto così hanno fatto anche gli Stati Uniti dopo la crisi Lehman con il piano Tarp: una pioggia di fondi pubblici e nazionalizzazioni degli istituti di credito per ripartire.

La storia ci insegna qualcosa: al di là delle ideologie di partenza in caso di emergenza bisogna essere molto pratici e veloci nell’affrontare una crisi, per evitare che questa diventi strutturale e/o sistemica. Gli Stati Uniti hanno dimenticato di essere la patria del neo-liberismo (dove lo Stato è chiamato ad occuparsi delle autostrade o poco più) e hanno utilizzato fondi pubblici e deficit a mani basse per rimettersi in carreggiata dopo la crisi del 2008. Quella sbandata a sinistra ha rimesso gli Usa in carreggiata, perché in quel momento era la cosa più pratica da fare.

L’Eurozona, invece – dominata dal meticcio ideologico che media tra neo-liberismo Usa e ortodossia capitalistica tedesca – continua cocciuta per la sua strada. Quella in cui son tutti bravi a parole ma quando c’è da mettere in piedi un meccanismo solidale (come sarebbe stato ad esempio un fondo europeo di garanzia sui depositi a corredo del bail-in) non se ne parla. Quella in cui le asimmetrie tra i Paesi divorano la crescita complessiva dell’area. Quella in cui gli egoismi nazionali prevalgono su qualsiasi decisione comune. Quella in cui adesso si prova a invertire la piramide sociale, ponendo le banche al di sopra degli Stati. Per scoprire che, fintanto che la democrazia non è un’opinione, così non funziona.

  • habsb |

    Egregio dottor Lops,

    mi pare che il suo posizionamento a favore delle banche (che secondo lei dovrebbero essere rimborsate di tutti i loro errori e negligenze) diventi sempre più emozionale.

    Io invece continuo a non capire perché si lascia affondare la fabbrica dell’ing. Brambilla che fa fallimento e deve licenziare, e invece si salva la banca del rag. Rossi la quale ha giocato in Borsa, ha perduto, e vuole giocare ancora con altri soldi dei contribuenti.

    Sia le industrie che le banche hanno un’importante funzione sociale. Ma questo non significa che ogni singola banca e ogni singola industria debba essere rimborsata dallo stato quando perde, sbaglia o peggio truffa

    Il capitalismo puo’ funzionare solamente se i profitti degli uni sono fatti con le perdite degli altri. Ma se tutti profittano, qualsiai cosa facciano, perché lo stato paga sempre tutti, allora non c’è più capitalismo. C’è un saccheggio finanziato con la spoliazione dei nostri discendenti, la strategia preferita da tutti i keynesiani

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