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Greece anatomy

Domenica sera (ma molto probabilmente lunedì, dato che lo spoglio dei voti avverrà con calma il lunedì) scopriremo se il popolo di Atene avrà scelto “no” o “sì” a proposito del piano proposto dai creditori per mantenere in vita la Grecia. Questo referendum sembra, al di là di tutte le dichiarazioni di facciata, uno scontro finale tra Tsipras e la Merkel. Il primo non ha nulla da perdere e si gioca il tutto per tutto pur di trattare poi (in caso di vittoria del “no”) condizioni migliori e quindi inserire la rinegoziazione/ristrutturazione del debito. La seconda vede nel referendum un’occasione storica per depauperare il leader del partito di estrema sinistra Syriza, simbolo dell’anti-austerità nell’Eurozona. 

E’ praticamente impossibile capire alla luce di sondaggi vecchi e basati su campioni non rappresentativi chi la spunterà. I movimenti di piazza non rendono l’idea dato che quelli del “sì” come profilo tendono meno a scendere in campo e a protestare rispetto a quelli del “no”. I mercati finanziari intanto oggi hanno deciso di portarsi avanti e di iniziare a scommettere su un accordo, al netto o meno del passaggio da un referendum.

Vincerà il sì dettato dalla paura (per le conseguenze di affrontare un’eventuale uscita dall’euro, anche se Tsipras ha detto che in caso di vittoria del “no” avrebbe solo margini in più per trattare ma non intende abbandonare l’Eurozona) o il “no” dettato dalla rabbia (la Grecia ha perso il 25% di Pil dal 2008, il tasso di disoccupazione è sprofondato al 26%, eccetera)?

La realtà è che la Grecia è in trappola. Sta pagando le conseguenze di un sistema economico decisamente meno competitivo. Questo sia per colpe proprie (si va in pensione molto prima che in altri Paesi, il sistema produttivo è in deficit di partite correnti perenne) ma anche per colpe esterne, colpe dei creditori, di quelli che oggi cercano di dettare le leggi e ritagliarsi l’ultima parola nella partita a poker delle trattative, senza fare mea culpa.

In Grecia è semplicemente accaduto in modo ancor più evidente che rispetto in Italia e Spagna, quello che accade normalmente quando due Paesi diversi si agganciano allo stesso cambio. Il Paese debole, che rivaluta quindi la sua valuta entrando nell’unione monetaria, ha l’opportunità – con le dovute riforme – di migliorare il proprio apparato produttivo e renderlo più efficiente. E’ però un processo lento perché cambiare abitudini radicate da secoli in un popolo in pochi anni è praticamente impossibile. L’antropologia è una cosa seria e ci spiega che se una nazione è arrivata nell’anno X a comportarsi nel modo Y da cui deriva una produttività Z e un valore K della propria divisa ci sarà pure un motivo. Non si può in un batter d’occhio spingere quel Paese a ottenere gli stessi risultati del Paese più forte che, tanto più, entrando nella stessa area valutaria ha svalutato in modo perenne e a tempo indeterminato sul mercato dell’area valutaria il cambio.

Tanto più se il Paese forte nel frattempo non se ne sta buono e tranquillo ma coglie al balzo l’opportunità di aggredire un nuovo mercato, inondando così di capitali e di merci il Paese debole. A quel punto accade una cosa molto semplice. Partendo da un livello di produttività storico più elevato e da un livello di inflazione più basso che gli permette di vendere beni a costi minori rispetto al Paese debole, il Paese forte entra pesantemente nel mercato del Paese debole. I cittadini del Paese debole iniziano a comprare beni del Paese forte anziché quelli dei propri imprenditori. Questi, mentre cercano di approfittare di un minor costo del debito per aumentare la produttività, vedono però nel breve periodo crollare il fatturato perché i propri cittadini non comprano più i loro prodotti.

Il Paese debole aumenta le importazioni dal Paese forte e aumenta il livello di indebitamento. Lo confermano i dati. Dal 1999 al 2007 il debito privato della Grecia è balzato del 217%, forti balzi anche negli altri Paesi della periferia dell’Eurozona che condividono con la Grecia il fatto di aver rivalutato la propria divisa entrando nell’unione monetaria. Dopodiché basta un qualsiasi shock per far scoppiare questa bolla di debito privato e far luce sullo scempio macroeconomico che si è venuto a creare.

Quando gli scheletri nell’armadio di trattati europei malconcepiti sono usciti allo scoperto nel 2008-2010 ci si è messi tutti su un tavolo e, facendo mea culpa, sono stati elaborati nuovi paletti da rispettare per evitare gli squilibri macroeconomici. Questi nuovi paletti indicano che un Paese non può fare deficit delle partite correnti superiore al 4% del Pil annuo (e allo stesso tempo non può fare surplus per oltre il 6%). Si tratta di livelli in ogni caso opinabili e in ogni caso non rispettati senza sanzione alcuna (come accade per la Germania che da anni li viola ripetutamente al rialzo). Ma in ogni caso si tratta di livelli profondamente distanti da quello che è accaduto in Grecia negli anni delle vacche grasse (1999-2007), quando continuava a ricevere capitali dal Paese forte pur di fronte a un deficit delle partite correnti a doppia cifra!

Se questi paletti fossero applicati retroattivamente e se ragionevolmente si ponessero delle sanzioni, è chiaro che gli attuali creditori ne uscirebbero con le ossa rotte per aver prestato in assenza di rischio cambio, noncuranti della fisiologica bancarotta del Paese debitore (che semplicemente acquistava merci che costavano meno rispetto a quelle prodotte in casa per i motivi di cui si è scritto sopra).

Questa potente distorsione ha portato la Grecia in tilt e gli altri Paesi della periferia in difficoltà. Il processo di adeguamento strutturale della produttività richiede molto più tempo (perché entrano in ballo fattori antropologici secolari) rispetto a quello che accade invece immediatamente, sin dal primo giorno di unione valutaria, ovvero che il consumatore del Paese debole preferisce razionalmente prodotti che costano meno, noncurante del fatto che questo poi porti a una vortiginosa esplosione del debito privato, e a una netta selezione naturale delle proprie imprese che vedono da un giorno all’altro crollare il fatturato domestico.

Non è un attacco alla Germania. Se Italia e Tunisia decidessero domani di adottare la stessa valuta, accadrebbe alla Tunisia la stessa cosa che oggi vive la Grecia, con l’Italia nei panni della Germania. L’unico modo per evitarlo sarebbe porre regole nette sin dall’inizio per evitare che i creditori pecchino di azzardo morale. Per quel che riguarda l’Eurozona e gli enormi squilibri che si sono creati la frittata è ormai fatta. Ma (con regole nuove e sani mea culpa anche del Paese forte) non è detto che non ci si possa mettere una pezza per ricominciare più forti di prima.

  • Esprit |

    “con regole nuove e sani mea culpa anche del Paese forte”
    Ma veramente c’è qualcuno così ingenuo, o in malafede, nel pensare che la Germania possa mai dare il suo assenso a cambiare regole che gli convengono o, ancora peggio, a fare un “mea culpa” ?
    Il DNA tedesco, ovvero il DNA del suo popolo, non è cambiato da quello che avevano negli ultimo 150 anni, ovvero quello di “egemonizzare” l’europa e “normalizzarla” alla loro mentalità malata. Non prendiamoci in giro, e ricordiamo quello che è storicamente avvenuto pochi anni fa, quando l’Italia, come un cagnolino, ha scelto di seguire ciecamente la Germania nel suo delirio e accettare alcune sue schizofrenie (leggi razziali). I risultati si sono visti. Speriamo che oggi qualcuno finalmente apra gli occhi oppure iniziamo a pensare ad una nuova Resistenza. Ne siamo stati capaci e lo saremo ancora.

  • habsb |

    Non concordo con la sua analisi, per quanto seria e ben pensata.

    In primo luogo non vedo alcun senso nel parlare di colpe dei creditori nel crollo del PIB greco. Chi presta denaro all’amministrazione greca non è responsabile dell’uso che viene fatto dei fondi, e non ha (come invece ha il governo greco) alcun dovere di far crescere o meno il PIB greco.
    Sarebbe come dire che è colpa della sua banca se Lei ha speso i soldi del mutuo per acquistare una casa in rovina.

    In secondo luogo non è assolutamente credibile che la Grecia abbia aumentato il suo debito privato a causa della maggiore competitività francese o tedesca che avrebbbe spodestato le merci greche. Mai i salari francesi o tedeschi sono stati inferiori ai salari greci, e se anche fosse, il libero commercio tra Grecia e “FranGermania” non è certo una novità degli ultimi anni.
    Invec, quello che ha aumentato vertiginosamente il debito privato greco, con il passaggio all’Euro, è stato il tasso di interesse estremamente basso (per le abitudini greche) che ha prodotto una corsa all’indebitamento , visto che improvvisamente era diventato possibile pagare interessi bassi e permettersi debiti più ingenti.
    D’altronde un fenomeno simile è avvenuto anche in Spagna, dove ha portato una dolorosa crisi immobiliare e bancaria.
    Questo afflusso straordinario di moneta e aumento della domanda senza risparmio preliminare ha squilibrato e danneggiato notevolmente l’economia greca: aumento di prezzi e salari, aumento dei margini sugli stadi finali della struttura produttiva, come banca, immobiliare e distribuzione, conseguente afflusso di forze imprenditoriali su questi settori e abbandono delle attività produttive più a monte, della formazione di beni capitali, della ricerca ecc. ecc.
    E il processo classico spiegato già da vonMises tantissimi anni fa, e sempre attuale. Si tratta di gravissimi danni strutturali, che non si possono riparare con un “piano di aiuti e investimenti”, che non farebbe che aggravare questi squilibri strutturali.

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