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La Grecia è fallita, come una colonia, e non lo si vuole ammettere

Questa mattina i mercati sono in rialzo iniziando a puntare che alla fine verrà trovato un accordo tra la Grecia e i creditori internazionali per elargire ad Atene un altro prestito a tassi agevolati da 7,6 miliardi grazie al quale Atene (che non si finanzia più sul mercato dei capitali emettendo bond con scadenze da 1 anno in su sui quali pagherebbe interessi spropositati) potrebbe onorare il rimborso di 1,6 miliardi al Fmi dovuto entro fine mese e quello di 3,2 miliardi dovuto all’Ue a luglio.

Lo stesso premier greco Tsipras ha dichiarato che è fiducioso che nel corso del vertice straordinario tra capi di Stato convocato per lunedì verrà trovato un accordo. “Sono convinto che ci sarà una soluzione basata sul rispetto delle regole Ue della democrazia che consentirà alla Grecia di tornare a crescere». E’ molto difficile però capire quale soluzione, che non comporti una parziale cancellazione del debito, possa far realmente ripartire l’economia della Grecia.  

Un’economia che viaggia persistentemente in deficit delle partite correnti, ovvero chiede al resto del mondo ogni anno più risorse di quante ne offre. E si indebita. Un’economia che, in più, paga lo scotto di doversi risollevare con in groppone una valuta decisamente più forte rispetto ai suoi fondamentali economici (l’euro), valuta nella quale è indebitata verso l’estero (in particolar modo verso banche francesi e tedesche). Esattamente come accaduto per molti Paesi africani indebitati in dollari e destinati ad essere persistentemente una sorta di colonie.

Come farà la Grecia ad uscire dallo stato di colonia in cui negli ultimi anni si è andata a cacciare? Sia per proprie colpe ma anche per colpa di chi ha prestato ingordamente capitali a un Paese in costante deficit di partite correnti. Prestatori che ora non vogliono ammettere di aver sbagliato, di aver calcato troppo la mano (forse profittando di una eventuale socializzazione delle perdite in ambito dell’area euro). Ma pur di riavere i danari fino all’ultimo centesimo sembrano disposti a mettere in ginocchio il Paese, infliggendo un’austerità a questo punto insensata.

Questo grafico dimostra la persistenza del saldo delle partite correnti in Grecia

Nel 2013 c’è stato un miglioramento. Ma questo miglioramento è frutto dell’effetto dell’austerità che ha tolto risorse ai cittadini per importare (indebolito la domanda interna) ed è frutto della ritirata dei prestiti da parte delle banche straniere una volta scoppiata la bolla del debito privato in Grecia.

Dopo questi eccessi, nel 2010, sono state adottate in sede europea le cosiddette procedure di squilibrio economico. Si tratta di 11 paletti ferrei che i Paesi aderenti all’unione valutaria dovrebbero seguire (qui la mappa degli squilibri). Tra questi è stato introdotto il paletto secondo il quale un Paese non può andare in deficit delle partite correnti per una % superiore al 4% del Pil annuo. Questa regola – arrivata in pesante ritardo e nel momento in cui la Grecia aveva già fatto il primo default (maggi 2010) per il quale è stato stanziato un piano di salvataggio da oltre 100 miliardi – dimostra quanto i Paesi creditori abbiano sbracato nell’elargire prestiti dissennati a un Paese già indebitato fino al collo, la cui economia, peraltro, vive principalmente di turismo. Per questo motivo è giusto che ora paghino anche i creditori. Come in tutti i prestiti, il creditore deve assumersi il rischio di insolvenza, soprattutto se i soldi sono stati prestati a un Paese “subprime”. E i dati delle partite correnti lo dicevano apertamente.

Solo in questo caso Atene potrebbe – con le dovute riforme – provare a rimettersi in pista (per quanto lo scotto di operare con una valuta più forte dei suoi fondamentali resterebbe notevole così come, forse ben più ampio, quello di dover pagare debiti in euro con un’eventuale ritorno alla dracma svalutata del 20-30%) e tornare a crescere, come ha auspicato oggi Tsipras. Ma i dubbi che si arrivi all’ennesima soluzione tampone, che si compri semplicemente altro tempo, ci sono. L’unico modo per evitarlo sarebbe raccontarsi la verità: che la Grecia allo stato attuale è una colonia. E le colonie non possono crescere. Se la Grecia vuole risollevarsi bisogna aiutarla ad uscire dallo stato di colonia in cui è precipitata.

  • habsb |

    Come lei giustamente afferma, le banche europee hanno sbagliato a prestare fondi a un paese che non era in grado di restituirli.
    Occorre allora riconoscere questo fatto e rinunciare ad ogni ulteriore prestito.
    Come lei dice giustamente, chi presta a un paese a rischio, sa che il ritorno del suo capitale non è garantito, ma puo’ esservi un default, nel caso il paese a rischio non lo rimborsi.
    Come molti paesi africani o sudamericani, (ma anche europei nei secoli passati), anche la Grecia puo’ fare default. Sarà un’occasione propizia per apprendere a camminare con le sue gambe, come fanno tutti gli altri paesi.

  • Alberto |

    Discorso che non fa una piega, se non nel non aver sottolineato il fatto che, a causa dei vari fondi ESFS e ESM n-europodi, i creditori sono passati dall’essere banche francesci e tedesche all’essere gli Stati Europei, Italia inclusa (che prima sarebbe uscita praticamente indenne da un default greco).

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