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Borse, con la “scusa” della Grecia correzione da 600 miliardi

Per inquadrare la crisi greca un’immagine di un film in cui due macchine viaggiano l’una contro l’altra a tutta velocità può aiutare a rendere l’idea. In un’auto ci sono il premier greco Tsipras e il ministro delle Finanze Varoufakis. Nell’altra c’è il “gruppo di Bruxelles” (Ue, Bce, Fmi), fino a poco tempo fa chiamato Troika. Mancano pochi metri all’impatto micidiale (se entro fine mese non raggiungono un accordo per un nuovo prestito Atene rischia il default e/o l’uscita dall’euro e i creditori perdono parecchi soldi). La domanda che gli investitori si pongono è: alla fine una delle due macchine cambierà direzione (cederà qualcosa nelle trattative) per evitare lo scontro finale? Al momento entrambe le auto viaggiano a tutta, continuando a sostenere le proprie ideologie. Nel frattempo sui mercati finanziari vengono bruciati miliardi. E la crisi greca da reale spauracchio si trasforma in un’occasione per realizzi e per operare una correzione fisiologica dopo i rialzi di inizio anno.

Dai massimi dell’anno (raggiunti grazie alla spinta iniziale del quantitative easing della Bce annunciato a fine gennaio e partito operativamente il 9 marzo) le Borse dei 19 Paesi che compongono l’Eurozona hanno bruciato 600 miliardi.

La correzione più ampia riguarda il listino di Francoforte (-11,2%, ovvero 203 miliardi).  Anche Piazza Affari, dai massimi del 15 aprile,  è stata colpita dalle vendite, accusando un calo di periodo del 7%, corrispondente a 43 miliardi. Pesante anche il -8% della Borsa francese, l’equivalente di 151 miliardi di capitalizzazione andati in fumo. </p><p>Secondo molti esperti la fase di turbolenza  è destinata a proseguire fino a che non verrà trovato un accordo strutturale per riportare un po’ di pace tra Atene (che non vuole più austerità) e i creditori internazionali (che rivogliono i denari prestati ma fanno comunque fatica a riconoscere di aver assunto un rischio elevato elargendo prestiti alla Grecia quando il saldo delle partite correnti era ancora più pesante del -4% consentito dalle regole sugli squilibri macroeconomici europei). </p><p>Oggi potrebbero arrivare novità dall’Eurogruppo ma in molti ipotizzano che il duello a tutta velocità possa protrarsi almeno fino al Consiglio europeo del 24-25 giugno. Dopodiché difficile sapere come andrà senza un accordo: anche perché Atene entro fine mese dovrà versare 1,6 miliardi al Fondo monetario internazionale a cui si aggiungono rimborsi in scadenza per oltre 3 miliardi a luglio all’Unione europea.

Nel mezzo di tutto ciò, le vendite stanno colpendo anche i titoli di Stato. I tassi dei BTp a 10 anni sono risaliti al 2,32% (119 punti base in più rispetto ai minimi toccati l’11 marzo, e si tenga conto in proiezione per le prossime aste che per ogni punto percentuale in aggiunta il Tesoro spende su base annua 10 miliardi in più per sostenere il debito) e sono tornati sugli stessi livelli dello scorso novembre, quando del “Qe” c’erano solo velati rumors. Stesso destino per il rendimento del decennale tedesco che dal minimo storico del 20 aprile (0,04%)  è violentemente risalito allo 0,8% (con punte fino all’1% a inizio giugno) riaccomodandosi sui livelli dell’ultimo autunno. I tassi dei Bonos sono risaliti al 2,34% (pagando quindi un rischio più alto rispetto all’Italia), tornando indietro nel tempo a settembre.

Mentre le Borse conservano da inizio anno un margine positivo (nonostante la correzione in corso Milano da gennaio è salita del 17,% Parigi del 12%, Francoforte dell’11% e Madrid del 5%) fatta eccezione per Atene (-45%) i titoli di Stato, i primi destinatari della manovra di quantitative easing, hanno invece polverizzato il margine iniziale offerto dall’impegno di acquisti mensili della Bce attraverso la manovra di “Qe”.

Va detto, però, che la responsabilità di questo nuovo trend non è solo legata alla “tragedia greca” in atto. Molto dipende anche dall’aumento delle stime di inflazione nell’Eurozona per il 2015 e il 2016 annunciate da Mario Draghi il 3 giugno scorso. I rendimenti nominali dei titoli di Stato si stanno così adeguando alle nuove prospettive inflazionistiche, riflesse anche nell’andamento dell’indice 5y5y sull’inflazione attesa nell’Eurozona che dai minimi a 1,5% del 29 gennaio (data in cui non a caso è stato annunciato il “Qe”) sta lentamente risalendo verso l’obiettivo del 2% (ieri è stato fissato all’1,74%). Questo parametro svela che il “Qe” sta funzionando. Anzi, resta da chiedersi a questo punto su quali livelli sarebbero i tassi dei bond della periferia dell’Eurozona se la Bce non avesse varato la manovra espansiva. Probabilmente sarebbero molto più alti perché, anziché andare ad aggiornare le stime crescenti di inflazione, sarebbero cresciuti, e molto di più, per effetto dell’altra componente che ne determina il rendimento complessivo: quella del rischio Paese, che sarebbe, per Italia, Spagna e compagnia bella decisamente più alto se non ci fosse alle spalle una banca centrale forte, in grado di tenere a bada gli speculatori. Sempre pronti a puntare un gettone sull’effetto contagio che avrebbe un eventuale (e comunque poco probabile) “Grexit”.