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Ecco perché la Fed non ha più scuse per rimandare la stretta monetaria

E’ dal lontanissimo 2006 che la Federal Reserve non alza i tassi di interesse. Allora c’era Ben Bernanke e portò il costo del denaro al 5,5% dopo una serie ripetuta di rialzi a partire dal 2004, quando il costo del denaro negli Usa viaggiava all’1%. Quella stretta, seguita a un periodo di tassi molto bassi, mandò a gambe all’aria il castello dei derivati agganciati ai numerosi mutui subprime concessi allora dalle istituzioni finanziarie. Concessi, a tasso variabile e a categorie poco abbienti, con l’unico obiettivo di fare massa e impacchettare questi prestiti in prodotti derivati da spalmare in giro per il mondo in cambio di tassi di remunerazione molto alti. Come è andata a finire (Lehman Brothers, ecc.) lo sappiamo.

Non sappiamo invece come andrà a finire la prossima stretta monetaria della Fed, quella che si preannuncia per il prossimo autunno. I mercati in questo momento prezzano un rialzo dei tassi negli Usa (attualmente compresi nel range 0-0.25%) tra settembre e ottobre. Questa sera terminerà il Fomc (Federal open market committee), il braccio operativo della Federal Reserve e dalle parole del governatore Yanet Yellen ne sapremo certamente di più. Parole che ovviamente verranno pesate attentamente dai software semantici utilizzati dai grandi investitori per muoversi per primi a comprare dollari (nel caso il rialzo dovesse essere confermato o addirittura anticipato) o vendere biglietti verdi (nel caso la Fed compri altro tempo e rimandi al 2016 il primo rialzo dei tassi in 10 anni).

La verità è che la Fed avrebbe già dovuto alzare il costo del denaro a fine 2014 o nel primo trimestre di quest’anno. Ma continua a temporeggiare perché ha paura delle conseguenze che una stretta potrebbe portare:

1) ulteriore apprezzamento del dollaro che già ha recuperato più di 20 punti percentuali sull’euro da inizio anno affaticando l’export Usa;

2) rischi per tutti coloro che si sono indebitati a tasso variabili nell’era dei tassi a 0;

3) problemi a cascata per i Paesi emergenti che sono fortemente indebitati in dollari (circa 9mila miliardi di dollari)

Per questo motivo, nonostante il tasso di disoccupazione sia intorno al 5%, la Fed ha finora rimandato questo appuntamento accampando scuse qua e là. Abbandonando la forward guidance (la linea di indirizzo che guida una banca centrale) e vivendo alla giornata. La Fed, in sostanza, ha raccontato a un certo punto la storia che non è più sufficiente che il tasso di disoccupazione sia basso per operare un rialzo del costo del denaro, indicando che valuterà di volta in volta i segnali che arrivano dalla ripresa economica.

Bene, se la disoccupazione non conta conteranno qualcosa o no le aspettative sull’andamento dell’inflazione? In questo momento il grafico 5y5y sull’inflazione negli Usa indica un’aspettativa nel medio termine al 2,34%.

Un dato saldamente superiore al 2% (che è la soglia limite che si danno le principali banche centrali, compresa la Bce) e nettamente superiore alle aspettative di inflazione nell’Eurozona misurate da un analogo indice che oggi viaggia all’1,78%, lontano dal 2% ma un po’ più alto dell’1,52% toccato il 29 gennaio scorso, quando la Bce d’impeto ha rotto gli indugi e ha annunciato che avrebbe a breve (9 marzo) lanciato un’operazione di quantitative easing proprio per riportare quelle aspettative di inflazione in area 2%.

Come può la Fed con un indice di inflazione attesa al 2,34% continuare a rimandare la stretta? La risposta è, semplicemente, che non può più. Almeno sulla base delle statistiche dei comportamenti passati e delle abitudini di una banca centrale. Se dovesse continuare a rimandare dimostrerebbe che siamo entrati in un imbuto, in una sorta di bolla delle banche centrali, un fenomeno per il quale le banche centrali dopo aver tagliato i tassi hanno paura a normalizzarli, perché hanno giocato troppo a lungo con la leva del tasso azzerato. Un gioco che rischia di non essere a somma zero e potrebbe nascondere i germi di nuove future Lehman Brothers.