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Qe, un mese dopo: “creati” 360 miliardi tra bond e azioni

E’ tempo di un bilancino per il primo quantitative easing della storia della Banca centrale europea. Lanciata un mese fa (gli acquisti sui titoli di Stato dell’Eurozona sono partiti il 9 marzo) la manovra di espansione monetaria volta a riportare l’inflazione nell’orbita dell’obiettivo statutario “inferiore ma vicino al 2%” non ha certo lasciati indifferenti i mercati. Le varie asset class (azioni, bond e valute) si sono mosse in conseguenza del piano dell’istituto guidato da Mario Draghi, arrivato peraltro nel momento in cui la Fed degli Usa rema dalla parte opposta: dopo aver smesso di “stampare moneta” a fine ottobre 2014 si prepara a un rialzo dei tassi che potrebbe arrivare forse a giugno, in autunno o forse solo nel 2016.

E’ troppo presto per misurare l’impatto della manovra sull’inflazione. A marzo l’indice dei prezzi dell’Eurozona ha sì segnato un netto miglioramento, passando dal -0,3% di febbraio a -0,1%. Ma secondo gli analisti di UniCredit ad aprile ci potrebbe essere un nuovo peggioramento della deflazione di cui al momento soffre, e ormai da quattro mesi consecutivi, l’Eurozona.

Non è invece presto per misurare l’impatto della manovra sulla divisa unica. Dal 9 marzo l’euro ha perso il 5% nei confronti del dollaro (-12% da inizio anno) arrivando a toccare nella prima settimana di “qe” quota 1,04, il livello più basso degli ultimi 13 anni. Le stime degli analisti raccolte da Bloomberg “vedono” il cambio a 1,04 a fine anno e a 1,08 nel 2016. Certo, c’è anche chi nel mezzo vede una discesa sotto la parità ma la sensazione è che l’euro abbia raggiunto una soglia limite importante e difficilmente gli Stati Uniti, e alle loro spalle la Cina (con lo yuan che è agganciato al dollaro), sopporterebbero un ulteriore forte rafforzamento del dollaro considerato anche il calo delle stime sugli utili delle società statunitensi. Il consensus degli analisti S&P Capital Iq prevede, infatti, per il 2015 una crescita del 14% dei profitti per le 350 maggiori società quotate del Vecchio Continente: un dato che contrasta con il ben più magro +0,32% messo in conto per le «blue chip» americane del paniere S&P500. E in questa divergenza degli utili il superdollaro e il mini-euro sono la spiegazione principale (si tenga conto che la svalutazione dell’euro è ben più alta, e vicina al 40% se si inizia il conteggia da maggio 2014, quando con 1 euro si potevano acquistare 1,4 dollari).

Il mini-euro agevolato dal “qe” ha prodotto effetti dirompenti a cascata anche sul mercato azionario europeo, alimentato dalle prospettive di utili crescenti e dalla liquidità liberata sul mercato dagli acquisti di titoli della Bce, a caccia di rendimenti più alti. Nel complesso, nell’ultimo mese, la capitalizzazione delle Borse dei 19 Paesi che compongono l’Eurozona è aumentata di 280 miliardi. L’indice Stoxx 600 ha segnato venerdì un nuovo massimo storico a 409 punti. Soglia inesplorata anche per il Dax30 di Francoforte, il più sensibile tra i panieri europei alla svalutazione dell’euro, considerata la forte propensione all’export delle imprese tedesche. Dal lancio del “qe” la Borsa tedesca è salita del 7,13% e da gennaio, quando già nelle stanze dei trader i rumor sul “qe” erano forti,  ha guadagnato il 26,2%, miglior perfomance dell’Eurozona. Segue Piazza Affari che dal lancio del “qe” è salita del 6,42% (+25,59% da inizio anno). E a ruota gli altri indici dell’Eurozona. Fa eccezione la Borsa di Atene: -8,7% nell’ultimo mese. Quello della Grecia non è un caso dato che al momento la coperta della Bce non ricade su Atene. E questo lo si può notare dai tassi dei bond governativi dell’Eurozona, i principali destinatari della manovra della Bce che ha annunciato di averne acquistati fino al 3 aprile 52 miliardi. In questo conteggio non rientrano i titoli greci che in effetti sono gli unici che hanno visto un aumento dei rendimenti. Il tasso dei bond a 10 anni di Atene è passato dal 9,6% all’11,16%. Mentre i titoli che hanno visto crollare più di tutti i tassi sono i Bund tedeschi (-61%, tasso al minimo storico dello 0,15%) con la Germania, così come per il mercato azionario, che si aggiudica dopo il primo mese la palma di miglior beneficiaria del “qe”. Forte ribasso dei tassi anche per i titoli francesi (-30% a quota 0,6%). Ha fatto invece un po’ più fatica la periferia con i tassi dei BTp a 10 anni scesi del 6,95% prezzando un rendimento dell’1,22%.

Il “qe” dopo appena un mese di vita ha creato però un paradosso sui titoli di Stato. In alcuni casi i tassi sono scesi talmente tanto che la Bce tecnicamente non può più acquistarli.  E’ previsto che non possono essere acquistati bond con un tasso inferiore a quello sui depositi, fissato al momento a -0,2%. Bene, alla chiusura di venerdì c’erano titoli di quattro Paesi dall’area ad avere fino a certe scadenze rendimenti ancor più bassi: la Germania (su scadenze fino a 3 anni); Austria, Finlandia e Paesi Bassi (sulla scadenza a 2 anni). Nel complesso (escludendo i titoli annuali che non rientrano nella manovra) ci sono più di 300 miliardi di euro in bond dell’Eurozona che non sono più acquistabili dalla Bce perché i tassi sono troppo bassi da essere persino usciti dalla coperta del “qe”.

Un tema da monitorare dato che potrebbe rappresentare nei prossimi mesi un problema tecnico alla prosecuzione delle operazioni a mercato aperto della Bce. Al di là di questo paradosso, il bilancio nell’ultimo mese per i bond governativi dell’Eurozona indica una rivalutazione di 80 miliardi di euro, che aggiunti ai 280 delle Borse, fanno una massa di 360 miliardi “creati” indirettamente dal “qe” in 30 giorni. I numeri (e le aspettative) sono quindi imponenti, soprattutto se consideriamo che il la manovra espansiva dovrebbe durare almeno altri 17 mesi. Resta da capire se questo ammontare di carta si trasformerà in una gigantesca bolla finanziaria oppure si tradurrà in un effettivo rilancio dell’economia dell’Eurozona.