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L’occasione persa nel semestre europeo italiano

Si chiude il semestre europeo a guida italiana. Il premier Renzi ha snocciolato oggi il lavoro compiuto. A conti fatti, però, osservando le dinamiche dei rapporti tra i Paesi dell’Eurozona, si può parlare di occasione persa. Il premier (in quanto portavoce dell’Italia) ha perso il punto più importante: ammorbidire la posizione della Germania nei confronti dei Paesi del Sud Europa. E riequilibrare i rapporti di forza, oggi sbilanciati con la sudditanza verso il più forte.

Avrebbe dovuto ricordare alla Germania almeno cinque cose:

1) che da 15 anni opera con una svalutazione competitiva e continuata del cambio sia nei confronti dei Paesi che utilizzano l’euro, sia nei confronti dei Paesi che utilizzano il dollaro. Ma nonostante questo colossale vantaggio non è disposta a controbilanciare nulla;

2) che accusa i Paesi debitori di avere un debito eccessivo nei suoi confronti, dimenticandosi del fatto che quel debito è frutto del credito che la stessa Germania ha elargito ai Paesi del Sud (grazie al quale ha venduto molte delle sue merci) allegramente, profittando dell’assenza di rischio cambio e di un’eventuale socializzazione delle perdite attraverso l’intervento dei fondi salva-Stati. E profittando ovviamente di tassi creditori più alti di quelli che avrebbe ricevuto prestando le stesse somme alla domanda interna (indebolita da salari cresciuti meno della produttività) tedesca. Se questo non è moral hazard, poco ci manca;

3) che non si assume le colpe per aver elargito credito facile ai Paesi del Sud (per i motivi al punto 2) e pur di ricevere indietro quanto prestato è disposta a favorire un’austerità in una fase di recessione che ha trasformato una crisi ciclica in strutturale;

4) che continua quindi a far prevalere l’egoismo nazionale agli interessi di quella che oggi appare un’utopica reale integrazione dei Paesi dell’Eurozona;

5) che dovrebbe svolgere il ruolo di locomotiva d’Europa, che non significa esportare di più verso i Paesi del Sud, ma al contrario importare di più da questi (si prenda esempio da quello che fanno gli Stati Uniti con il resto del mondo con il ruolo di importatori netti). Su questa strada, la Germania dovrebbe aumentare salari e consumi interni (piuttosto che concentrarsi per ragioni elettorali a raggiungere in anticipo il pareggio di bilancio statale) riportando l’inflazione tedesca almeno al 3% per spingere gli altri Paesi a recuperare competitività senza essere costretti a farlo deflazionando e quindi innescando una spirale di decrescita. Ma la Germania non intende assolutamente percorrere questa strada, benché sollecitata anche dagli Stati Uniti.

L’Italia (e quindi Renzi) avrebbero potuto approfittare del semestre di presidenza europeo per porre sul tavolo in modo serio e costruttivo la questione al momento più importante di tutte le altre per i Paesi che adottano l’euro. Ma, a quanto pare, nulla è stato fatto. Una clamorosa occasione persa.

  • Paolo Cragnolini |

    A proposito:
    Vito Lops
    Ecco come funziona il
    cervellone che protegge l’euro,
    Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2014

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