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Il lato oscuro della Spagna

Spesso la Spagna viene considerato un Paese modello da seguire perché è stato tra i primi ad adottare le “riforme”, ovvero a praticare una violenta svalutazione interna come tentativo di aggiustamento degli squilibri macroeconomici tra i Paesi intra-euro. Ma l’economia spagnola è realmente ripartita?
Osservando l’andamento del Pil, cresciuto dell’1,6% del terzo trimestre su base annua, sembrerebbe di sì. Le previsioni indicano che dovrebbe chiudere il 2014 con una crescita del Prodotto interno lordo dell’1,2%. Ma la realtà non è quel che sembra.

Osservando più in profondità l’economia spagnola emergono però dei segnali di tensione non indifferenti. Che non giustificano il fatto che i Bonos spagnoli in questo momento costino meno dei rispettivi BTp italiani. E’ vero che il Pil è cresciuto ma va ricordato che la Spagna da anni viola sistematicamente il paletto europeo del deficit/Pil al 3% (sulla cui validità ci sarebbe poi da discutere).

Ne consegue che è molto più semplice far crescere il Pil azionando la leva della spesa pubblica, considerato che una buona parte di questa (se si escludono pensioni, costi sanitari e interessi passivi sul debito pubblico) va direttamente nella voce del Pil.

Allo stesso tempo, la forte svalutazione interna ha fatto balzare il tasso di disoccupazione oltre il 23%. E questo già è un dato su cui soffermarsi prima di parlare di un’economia solida e funzionante.

Non bisogna poi trascurare il saldo delle partite correnti. Dopo un’iniziale scatto, frutto dell’aumento dell’export a sua volta frutto dell’aumento di competitività a breve periodo in seguito alla svalutazione interna, le partite correnti della Spagna sono tornate in rosso nella seconda metà del 2014. Quindi la Spagna, nonostante una politica che alcuni hanno definito di macelleria sociale, è tornata a indebitarsi con il resto del mondo. Importa più beni e servizi di quanti ne riesce ad esportare.

Un problema in più per chi viaggia con una posizione debitoria con l’estero intorno al 100% del Pil. Se la Spagna dovesse riportare la sua posizione passiva con l’estero all’interno del -30% consentito dai parametri europei sugli squilibri macroeconomici (che è più o meno la soglia su cui viaggia l’Italia), sarebbe costretta ad adottare un’ulteriore violenta svalutazione interna. A quel punto dove andrebbe la disoccupazione? E che fine farebbe la domanda interna del Paese?

A questo quadro si aggiunge la frenata della produzione industriale. A novembre – come rilevato oggi – è rimasta invariata rispetto allo scorso anno. La produzione industriale è scesa dello 0,1 % su base annua, invertendo l’aumento dello 0,5 per cento del mese precedente. Mese su mese, la produzione industriale è diminuita dello 0,1%, dopo il calo dello 0,5% registrato ad ottobre. E’ il secondo calo consecutivo della produzione.

Insomma, a ben guardare, il quadro clinico della Spagna non è poi così rose e fiori, al di là di quello che ci dice il mercato dei Bonos.

  • Emanuele |

    Ma poi vogliamo parlare della differenza di tassazione tra un lavoratore italiano ed uno spagnolo?? Sapete quanto un lavoratore spagnolo paga di costi sociali nel suo stipendio mensile?! Il il 6,4 % contro il 9,4 % italiano. Ed i costi a carico di un azienda? Si va dal 30 al 37 % spagnoli contro i 36 45% italiani.

  • habsb |

    Chi puo’ credere che un lavoratore spagnolo su 4 sia disoccupato ? Come vive?
    Chiunque conosca la Spagna per esperienza diretta conosce anche il suo enorme mercato nero.
    E comunque inutile consolarsi sul deficit spagnolo a 5.7%. Solo 4 anni fa era a 10% mentre il nostro non si é mai staccato dal solito 3% o 4%.
    E comunque sono dettagli: il problema numero 1 per entrambi i paesi è che quando gli USA alzeranno i tassi, tutti i capitali mondiali, si porteranno sui piu’ fruttuosi titolo di stato USA, e chi resterà per finanziare le migliaia di miliardi di debito spagnolo, italiano e francese, i tre grandi avversari dell’austerità ?

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