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Perché il calo del petrolio mette a rischio la sostenibilità di molti Paesi

Dal 28 novembre, quando i Paesi dell’Opec (produttori di petrolio) hanno annunciato che non ridurranno la produzione giornaliera di greggio (fissato a 300 milioni di barili) il prezzo del Brent e del Wti è diminuito del 12%. Il primo ha toccato i 64 dollari, il secondo i 63. Si tratta dei livelli più bassi degli ultimi cinque anni. Siamo molto distanti dalla punta massima annuale a 115 dollari, a cui il petrolio veniva scambiato a giugno. L’andamento del prezzo del petrolio è senza dubbio l’elemento più significativo del momento per i mercati finanziari, in attesa che le Banca centrale europea decida (o meno) di varare un quantitative easing, includendovi anche l’acquisto di titoli di Stato (oltre che di titoli privati).

Il prezzo del greggio tiene con il fiato sospeso il mercato valutario. Spinge a un rafforzamento del dollaro (divisa in cui è scambiato e a cui è collegato in modo inversamente proporzionale) nei confronti dell’euro. Ma anche nei confronti di corona norvegese e dollaro canadese, tra le divise più penalizzate nelle ultime sedute. Per non parlare del rublo che ha aggiornato il nuovo minimo storico a 53, 91 dollari.

A questo punto molti analisti ipotizzano che la correzione del greggio potrebbe anche non essere temporanea. L’ipotesi di un petrolio stabilmente intorno ai 60 dollari anche nel corso del 2015, anzi, è tra le più accreditate al momento nelle stanze dei trader. I più ottimisti ipotizzano un range 65-80 dollari. In ogni caso si tratterebbe di una soglia ben inferiore alla media degli ultimi quattro anni di 103 dollari al barile.

Un calo che rischia di aggravare i bilanci governativi di molti Paesi esportatori che negli ultimi anni hanno improntato le politiche fiscali (per sostenere deficit e spesa pubblica) in funzione di ricavi dall’export petrolifero ben più consistenti.

Tra i Paesi esportatori di petrolio quello che rischia di più è l’Iran. Come emerge da questo grafico

Il punto di pareggio di bilancio è fissato infatti con un petrolio a 140 dollari al barile (secondo le stime dell’Iea, International energy agency). Se, come probabile, anche per il prossimo anno il petrolio dovesse restare basso e intorno ai 60 dollari, le entrate governative iraniane rischiano di collassare a tal punto da rendere insostenibili gli impegni di spesa del governo. Con pesanti conseguenze sociali. Traballa anche il Venezuela. Tra i Paesi esportatori di petrolio quello che rischia di più, in tema di sostenibilità delle spese governative e del debito pubblico, è l’Iran. Il punto di pareggio di bilancio è fissato infatti con un petrolio a 140 dollari al barile. Se, come probabile, anche per il prossimo anno il petrolio dovesse restare basso intorno ai 60 dollari, le entrate governative iraniane rischiano di collassare a tal punto da rendere insostenibili gli impegni di spesa del governo. Con pesanti conseguenze sociali. Traballa anche il Venezuela. Non sono in pochi a sostenere che sugli attuali livelli del petrolio, l’economia venezuelana rischia il default. Il break even tra spese ed entrate governative in relazione alle esportazioni di petrolio è fissato su un prezzo di 120 dollari al barile, circa il doppio dei valori attuali. Il Paese ha iniziato ad attingere, come contromossa, alle riserve valutarie, anche quando vendeva il petrolio a 100 dollari. Per questo motivo molti ipotizzano che il Paese possa cadere in una pesante crisi fiscale che potrebbe scatenare aumento della povertà e rivolte popolari. Il Venezuela infatti utilizza i proventi del petrolio per pagare le importazioni di beni di prima necessità.

Migliore la situazione per l’Arabia Saudita. Le autorità saudite prevedono nei prossimi mesi un prezzo del petrolio a 80 dollari al barile. Per il Fondo monetario internazionale, invece, con un prezzo sotto i 91 il Paese è costretto ad attingere alle riserve valutarie per mantenere gli obiettivi fiscali. Il vantaggio di Riyadh rispetto agli altri esportatori è che può contare su riserve valutarie molto più consistenti, tali da permettergli di non avere grosse ripercussioni con un prezzo più basso del break-even anche per un periodo prolungato di tempo.

E poi c’è la Russia. Il governo russo fa fatica a mantenere le promesse di spesa pubblica quando il petrolio scivola sotto i 100 dollari. Ma la Russia ha un vantaggio rispetto a Venezuela ed Arabia Saudita che si agganciano all’andamento del dollaro per le esportazioni. Può contare sulla svalutazione del rublo (che ha aggiornato il minimo storico a 53,91 per dollaro) che in parte controbilancia la caduta del prezzo del petrolio rendendo le esportazioni del Paese più competitive.

L’allarme non è scattato per tutti gli esportatori. C’è anche chi, come il Kuwait, che continua a dormire sonni tranquilli. Il punto di bilancio è fissato a 53 dollari al barile (sempre stando alle stime dell’Iea). Pertanto il governo del piccolo Paese del Golfo è ancora abbondantemente in grado di rispettare gli impegni di spesa pubblica, calcolati anche in funzione delle esportazioni del greggio.

E l’Italia? Beh, in questo discorso è dall’altra parte, essendo un importatore netto di petrolio. Un calo del prezzo è vantaggioso per l’Italia, due volte.

1) gli economisti di Intesa Sanpaolo calcolano che ogni 10 dollari di ribasso strutturale del prezzo del barile si traduce in un incremento del Pil italiano dello 0,3%;
2) il calo del greggio spinge l’Italia ad “importare deflazione energetica”. E’ diversa da quella “core” (che non tiene conto appunto delle dinamiche dei prezzi energetici ed è quindi ben più grave perché indicativa di un’economia realmente imballata) ma potrebbe comunque spingere la Bce a varare un piano di stimoli indiretto alla domanda (famiglie e imprese) attraverso una politica di quantitative easing (che includa anche l’acquisto di titoli di Stato).