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Questione di Pil: con le infrastrutture si colpiscono due piccioni (occupazione e crescita) con una fava

In questo post ho insistito sul punto che l’unico modo per migliorare i parametri in base ai quale l’Europa ci giudica in modo rigido (pur nelle fasi di crisi strutturale quando il metro di giudizio dovrebbe essere più flessibile) non resta che far crescere il Pil. A suon di avanzi primari il debito pubblico a livelli nominali è aumentato meno di tutti i Paesi dell’Eurozona negli ultimi anni, ma questo non è bastato a non far deteriorare il rapporto debito/Pil dal 103% (2007) all’attuale 133%. Questo perché nel frattempo il Pil è crollato di quasi 9 punti reali. Il che significa molti disoccupati in più, tanta produzione in meno e output gap (Pil potenziale) in forte crescita.

Vediamo allora da cosa è composto il Pil e quello che si potrebbe fare per farlo crescere.

Il Pil è il reddito nazionale ed è anche la spesa degli attori economici, famiglie, imprese, Stato e contributo eventuale dall’estero.

Pil = Consumi (famiglie) + Investimenti (imprese) +Spesa pubblica (Stato) + Export-import di beni e servizi (contributo della domanda estera).

Nel 2013 questi 4 elementi hanno contribuito in questo modo alla formazione del Pil in Italia

La parte predominante è quella dei consumi (60%) seguita da spesa pubblica (20%) e investimenti delle imprese (17%). Il contributo della domanda estera (circa il 3%) è limitato ma nel 2013 è tornato positivo dato che le esportazioni hanno superato le importazioni. Da questi dati emerge anche un’altra considerazione: che la tanto vituperata spesa pubblica è una parte importante del Pil. Sia ben chiaro, non fanno parte del Pil tutti gli 800 miliardi di spesa pubblica italiana. Le prestazioni sociali (pensioni, assicurazioni) che rappresentano circa il 40% del totale, i sussidi per disoccupazione e interessi sul debito pubblico (circa il 5% del Pil in Italia) non ne fanno parte. Ecco, invece, le voci più importanti della spesa pubblica che rientrano nel computo del calcolo del Pil.

 

spesapubblicapil Come si può vedere le spese per la realizzazione di infrastrutture rientrano nel compito del Pil. La domanda, a questo punto è: la costruzione di infrastrutture in un Paese come l’Italia (dove ce n’è ampio bisogno e siamo parecchio indietro rispetto a molti altri Paesi sviluppati) potrebbe colpire due piccioni con una fava: far aumentare l’occupazione e, allo stesso tempo, far aumentare il Pil. Se il moltiplicatore sul Pil che deriverebbe dal deficit aggiuntivo da generare per gli investimenti in infrastrutture fosse superiore all’aumento di deficit stesso sarebbe un’ipotesi realmente da prendere in considerazione. Anzi, sarebbe paradossale non farlo.

Nulla vieta di spingere anche sulle altre voci del Pil. Bisogna cercare di aumentare l’export aumentando la competitività delle imprese italiane. Se lo si fa però nel modo in cui lo sta facendo la Spagna (attraverso una violenta svalutazione interna) si rischia di avere un effetto nullo per quanto riguarda la dinamica dei consumi (che diminuiscono per l’effetto della svalutazione interna) e si rischia soprattutto uno scatto dell’export solo di breve periodo (una sorta di mini-turbo a termine), tipico dei casi in un cui un’economia svaluta (il cambio o i salari) in modo violento. Non si risolverebbero però i problemi di competitività strutturali.

E’ necessario che le imprese tornino ad aumentare gli investimenti. Ma per far questo hanno bisogno di un terreno fertile, di un’economia in ripresa e che esca dalla stagnazione strutturale in cui è piombata l’Italia negli ultimi 15 anni. I tempi sono lunghi. Quello più rapido sarebbe attraverso l’aumento della spesa pubblica in infrastrutture che potrebbe dare il là a un ciclo positivo anche per gli altri attori economici. Ma per far questo ci vuole il permesso dell’Europa. Ed è per questo che bisogna bussare al portone di Bruxelles con più convinzione.

  • Roberto |

    Bisogna però distinguere che tipi di investimenti fare.
    Visti i problemi ambientali di questi giorni l’Italia più che di nuove infrastrutture ha un gran bisogno di sistemare e mettere in sicurezza quelle esistenti e il relativo territorio.
    Non è detto che un investimento in infrastrutture porti dei vantaggi economici rispetto ai deficit spesi, anzi specialmente in Italia c’è una miriade di casi dove i costi stimati inizialmente sono stati poi rivisti al rialzo con conseguente perdita di convenienza nell’investimento.
    Per favorire gli investimenti delle imprese invece bisogna si creare terreno fertile, però il vero problema non sono le infrastrutture ma l’elevata burocrazia, il mancato rispetto e i continui cambiamenti nella regolamentazione, la corruzione, la lentezza della giustizia, il ritardo nello sviluppo delle reti digitali, ecc…

  • atlantis |

    Ottima e sintetica analisi. Peccato che l’Italia non otterra’ nessuna concessione da Bruxelles. L’unica soluzione sarebbe rimodulare la tassazione indiretta in modo che vengano penalizzate le categorie di beni dove e ‘piu’ alta la quota di importazioni, tassando allo stesso tempo le esternalita’ ambientali. Quest’ultima opzione si puo’ realizzare benissimo senza penalizzare gli export delle imprese italiane. D’altra parte si potrebbe diminuire la tassazione sul lavoro (aumentando la competitivita’ delle imprese italiane) sui beni di consumo dove e’ piu’ alta la quota di produzione nazionale. Questo si puo’ fare in modo tale che Bruxelles non possa sollevare obiezioni. Il risultato sarebbe un aumento dei consumi di beni nazionali e dell’export, diminuzione degli import di beni di consumo(magari in primis dalla Germania) ed effetto netto positivo sul PIL. Un qualsiasi modello di impatto economico (ad es. CGE) potrebbe essere utilizzato per fare simulazioni ex-ante e per suggerire la gradualita’ di implementazione ottimale di questa riforma

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