Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

La (finta) indipendenza tra Banche centrali e governi. A parte una

A fine anni ’70 il movimento iper-liberista ha ottenuto uno degli obiettivi del suo “programma”: porre gli Stati nelle stesse condizioni di una famiglia o un’impresa. Così come una famiglia e un’azienda devono fare molta attenzione alle entrate e alle uscite (cercando di bilanciarle) anche lo Stato non può eccedere nelle spese e deve far quadrare i conti. Perché se non lo fa rischia di creare un’elevata inflazione. Come è stato raggiunto questo obiettivo? Spingendo i governi a staccarsi dalla rispettiva banca centrale. In Francia il divorzio tra la il ministero del Tesoro e la banca centrale risale al 1979, in Italia al 1981, e così via.

Prima di allora i Paesi potevano tecnicamente fabbricare denaro a costo zero (perché dopo lo sganciamento della convertibilità oro-dollaro decisa dal presidente Richiard Nixon nel 1971 la moneta è diventata puramente fiduciaria, cioè basata sulla fiducia dei cittadini nei confronti del governo che la emette) o comunque al tasso di interesse stabilito a priori dallo stesso governo (si offriva un tasso nelle aste di titoli di Stato e in caso di invenduto per mancanza di offerta interveniva la Banca centrale bloccando così la risalita dei tassi). La Banca d’Italia lo ha fatto per anni innescando una repressione finanziaria (il tasso pagato sui titoli di Stato era inferiore all’andamento dell’inflazione). E’ questo il vero motivo per cui fino ad allora il debito pubblico in rapporto al Pil era sotto controllo ed è invece raddoppiato negli anni ’80 dopo il divorzio che ha posto il debito italiano totalmente al giudizio dei mercati. A quel punto è cambiato il paradigma: da allora sono stati gli investitori e non più il governo a scegliere il tasso di interesse che lo Stato doveva pagare sul debito pubblico. Agli investitori, si sa, la repressione finanziaria non piace e quindi hanno chiesto un tasso di interesse nominale più alto dell’inflazione per riportare il tasso reale in territorio positivo.

Questa è storia. Ma a questo punto le posizioni ideologiche si distanziano. Il movimento iper-liberista sostiene che il divorzio è sacrosanto perché è giusto mettere gli Stati sotto la disciplina del mercato. Se uno Stato non è soggetto a tale disciplina non sarà mai virtuoso e tenderà a generare “spese allegre” facendo lievitare la “tassa occulta” dell’inflazione. Se uno Stato non è virtuoso pagherà in ogni caso: con l’inflazione alta (in caso di tassi sul debito controllati dalle banche centrali) oppure con uno spread alto rispetto ai Paesi più virtuosi (in caso di divorzio)

La visione keynesiana, invece, si discosta profondamente, per almeno quattro motivi:

1) i mercati, lasciati allo sbando e con poche regole e molto non-regole – come quella che consente alle banche di svolgere contemporaneamente la funzione di banca tradizionale (prestare soldi alle imprese sulla base dei depositi, il che in realtà non è proprio così come spiega la Banca di Inghilterra) e di banca di investimento (destinare gli impieghi ad attività finanziarie, come l’acquisto di titoli derivati, anziché all’economia reale) – non sono efficienti. Tendono a creare bolle, a spingere i manager delle aziende, remunerati in stock option, a pensare ai profitti a breve termine piuttosto che a quelli a lungo dettati da logiche di investimenti pluriennali. Il tutto alimentando una distribuzione del reddito sbilanciata tra chi opera nel campo dell’economia reale e chi invece con la finanza. Gli stessi mercati poco regolamentanti che hanno spinto le attività finanziarie bancarie oggi a valere il 500% del Pil globale (a cui si aggiunge un 120% dal sistema bancario ombra).

2) per uno Stato che parte in svantaggio (quindi con tassi alti) diventa complesso tornare virtuoso nei conti (posto che per i keynesiani non è questo l’obiettivo di uno Stato) a fronte del pagamento di tassi reali positivi sul debito. Alti tassi sottraggono risorse da iniettare nella crescita. E quando il tasso reale è superiore alla crescita del Pil quel Paese finisce lentamente per deindustrializzarsi. E’ quello che sta accadendo in modo smaccato in Grecia da anni, che paga tassi reali sul debito superiore al 6% e anziché crescere, decresce.

3) una logica di repressione finanziaria favorisce l’industrializzazione di un Paese, una logica di tassi reali dei mercati positivi invece spingerebbe invece nella direzione opposta

4) considerare lo Stato alla stregua di un normale operatore privato non ha – a detta dei keynesiani – logica dato che lo Stato è l’unico operatore che può essere spinto a compiere degli investimenti sociali, che si incanalano nel concetto di vita buona e pensati per il benessere della collettività anche se talvolta poco efficienti dal lato del profitto, unico punto di vista invece di un attore privato.

Questi i termini dello scontro ideologico, da almeno 30 anni, vinto dal movimento iper-liberista. L’ultima crisi, però, ha evidenziato un paradosso. I mercati si sono rivelati più “keynesiani” di quanto si possa immaginare. Gli ultimi record di Borsa sono stati registrati proprio grazie alle politiche ultra-espansive delle banche centrali (in particolare Federal Reserve, Banca del Giappone e Banca di Inghilterra). Politiche che tecnicamente, nella teoria economica, si configurerebbero come inflazionistiche perché orientate sull’aumento del deficit e quindi non certo orientate al controllo della spesa.

Politiche in ogni caso che hanno messo in dubbio il concetto di indipendenza tra governi e banca centrale. La scorsa settimana, quando la BoJ ha annunciato un nuovo pacchetto di iniezioni monetarie per quasi 1.000 miliardi di dollari, lo ha fatto di concerto con il governo e con l’intento dello stesso di innalzare l’inflazione oltre il 2%. Il Giappone, quindi, tramite la Banca centrale, sta praticando la stessa repressione finanziaria che applicava l’Italia prima del divorzio del 1981. Perché l’inflazione è più alta del rendimento (+0,5% a 10 anni) pagato sull’enorme debito pubblico (220% del Pil). Difficile sostenere il contrario per quanto successo negli ultimi cinque anni negli Stati Uniti: con tre manovre di quantitative easing la Fed ha agito a braccetto con le esigenze del Tesoro e lo stesso dicasi per la Banca di Inghilterra.

Queste tre economie hanno reagito alla crisi praticando politiche espansive orchestrate dall’asse banche centrali-governi, formalmente indipendenti ma nella sostanza tutt’altro quando si è trattato di reagire a una crisi. Ed è lo stesso che fanno le banche centrali degli altri Paesi asiatici. Nel frattempo al momento non si sono visti i temuti effetti inflattivi di tali manovre.

L’unico istituto a ostentare con orgoglio lo scettro dell’indipendenza (anche se la sudditanza psicologica nei confronti della Bundesbank pare evidente) è la Banca centrale europea. Anche perché gli Stati rappresentati sono 18 e ognuno ha esigenze differenti (il Sud avrebbe bisogno di manovre espansionistiche, al Nord non dispiacerebbe una piccola stretta sui tassi). Un punto sul quale, al di là della posizione ideologica di partenza, è doveroso compiere una riflessione comune per provare a uscire dal guado.

  • franco |

    c’è solo un piccolo problema:
    in Italia una banca centrale non esiste piu’
    è solo una banca privata partecipata da altre banche private.
    non rispetta neanche il compito di controllo sulle suddette banche per un reale conflitto di interesse.
    già se esistesse una banca pubblica come lo era la Banca d’Italia potremmo (credo)
    risparmiare qualcosa sul tassi dei titoli di Stato

  • habsb |

    Non vi è nessuna relazione provata fra occupazione e inflazione. Le due possono benissimo coesistere, e anche per lunghi periodi, o essere entrambe assenti.

    Le banche centrali non sono mai state indipendenti dai governi. Fin dalla loro creazione, voluta dai governi, ne sono state lo strumento per finanziare situazioni di crisi, guerre, espansioni internazionali degli affari delle banche, o programmi demagogici della classe politica.

    In particolare nel corso degli anni 70, hanno finanziato direttamente il budget dello stato, lasciando che una spesa pubblica senza controllo gonfiasse la massa monetaria. Il risultato è stato un’inflazione abnorme, che ha portato in un decennio l’oro da $35 à $800, i tassi long term al 20%, e ha reso non competitive gran parte delle economie occidentali.

    Solo un’azione decisa di rialzo aggressivo del prime rate, e di distacco della banche centrali dal Tesoro, ha permesso di salvare in extremis il mondo sviluppato dalla iperinflazione.

    Ma le Banche Centrali restano docili strumenti dei governi, e se non finanziano più direttamente i debiti statali, consentono alle banche un leverage ratio elevatissimo (vedi Deutsche Bank et Crédit Agricole), che permette loro di sottoscrivere quantità colossali di debito statale. Quanto ai tassi di interesse, non sono molto lontani dallo zero praticato negli inflazionisti anni 70.

    La deregulation bancaria, in particolare l’abolizione dello Steagall Glass in USA e l’equivalente in Europa (che impedivano l’amalgama fra banca di investimento e banca commerciale) è stata fatta da ministri keynesiani, nell’intento dichiarato di creare grandi campioni nazionali, più facilemente centralizzabili e controllabili dallo Stato. Non ha nulla a che vedere con il liberismo, che si era invece auto-imposto queste regole negli anni 30, (Winthrop Aldrich di Chase, se ben ricordate) per lottare contro le concentrazioni di potere.

    Non vi puo’ essere nulla di più falso della tesi che i tassi di interesse negativi portano all’industrializzazione di un paese. Tassi reali di interesse negativi portano al contrario al rigetto della fiat money, e sua trasformazione in oro, i cui prezzi esplodono, come negli anni 70. Che senso ha risparmiare o anche investire per guadagnare altre banconote il cui valore è distrutto dall’inflazione? Al contrario, tassi reali di interesse positivi spingono i detentori di capitale a prestare fondi (invece di trasformarli in oro) agli imprenditori, e sostengono quindi l’industrializzazione. E un fatto che la più grande industrializzazione degli USA è avvenuta dal 1880 al 1910, in un periodo di deflazione (e prosperità)

    Nessuno considera lo stato un semplice operatore privato, per il semplice fatto che gli operatori privati non possono imporre tributi e tasse. Sono questi tributi e tasse (e non il debito) che hanno lo scopo di finanziare gli investimenti non profit.
    Ma anche se non è un operatore privato, lo stato resta soggetto alle semplici leggi dell’aritmetica e al rispetto dei prestiti contratti.

    La pratica keynesiana del debito pubblico a oltranza non è che un furto ai danni delle generazioni future, che nascono già indebitate per beni e servizi goduti dai loro predecessori. Se si puo’ definire il marxismo come il furto ai danni dei proprietari, il keynesismo è piuttosto il furto ai danni delle generazioni future, certamente molto più facile, dato che non sono ancora nate.

  • sinapsi81 |

    E’ cambiato l’obiettivo primario: dal pieno impiego alla stabilità dei prezzi.

    Perseguendo la piena occupazione (e quindi la crescita del reddito) si può tollerare inflazione, perseguendo la stabilità dei prezzi (e quindi del potere d’acquisto, anche non produttivo o rendita) si può tollerare anche un’alta disoccupazione.

    Fino a che non scattano rivoluzioni e quant’altro come ciclicamente accade ormai in Europa.

  • Michele |

    Non sarebbe un male ,
    che lo stato faccia attenzione ai conti .
    Per capire : lo stato italiano
    sembra non aver recepito per nulla
    questo messaggio, visto che il
    debito pubblico sale e continua
    a salire , allora come la mettiamo?

    Per finire lascio una lettura
    interessante , del Ministro
    delle Finanze maltese:

    The stark and inconvenient truth

    Tonio Fenech

    Martin Luther King once said the “the ultimate measure of a man is not where he stands in moments of comfort and convenience but where he stands at times of challenge and controversy.” This statement has achieved new significance in view of the constant test politicians around the world are being faced with today.

    There is no beating around the bush. Just like no one, be it a family or individual, a large or small private enterprise, can live beyond one’s means, a country cannot either. This has been tested over the past two years when we heard of unprecedented cases of a European state having to be bailed out in order to be able to survive economically.

    There should be no controversy in agreeing on the fact that the world is facing one of the worst economic crisis in generations. This economic crisis isn’t just about the collapse of banks, which is catastrophic. It is not about issues related to mortgages, which hurt. It has seen the value of the wealth of the people evaporate. It has seen currencies dissolve and, above all, it has seen jobs being lost. We are also being faced with rising prices of commodities, whether food or oil.

    This festive season, which just has passed, might not have been the best for millions of families across Europe as high unemployment rates across the continent mean 23 million people are without a job. We too have our own individuals looking for a job. Every person without a job is important for us and this is why our main efforts have always focused on the protection and the generation of jobs.

    Twelve months ago, over 4,000 families spent their festive season in uncertainty because the future of companies like ST, Methode, Trelleborg and Stainless Steel Products and many others was bleak. This year, their Christmas period was possibly a very busy one, having to work shifts and overtime. We’ve worked hard to lure existent companies to continue to invest more and generate more jobs. The expansion of Lufthansa Technik, the new SRT venture and investments in factories and hotels and the establishment of new businesses is there to be seen by everyone.

    This happened while in Greece, Spain, Ireland, Portugal, the UK and elsewhere, employees are being forced to make do with lower wages, reduced pensions and social benefits, higher University fees and, above all, higher unemployment. In Malta, we are still managing to sustain and improve our social commitment while retaining one of the lowest unemployment rates in Europe. Let us not take all of this for granted.

    The opposition took the people to the streets because it claims the increase in fuel prices will be partially eating away the cost of living increase for this year, calling the government insensitive. But, ultimately, how is this increase worked about? First of all, the increase reflects last year’s cost of living. The mechanism in place was set with the social partners and, to my mind, the Opposition Leader defended it when there were calls for its removal. So what is the opposition’s solution? What will Joseph Muscat say he would have done differently?

    Maybe, to take a leaf out of this year’s panto, we might see a re-enactment of the prince charming Joseph, who only cared about being loved more than Count Gonzi of Castille and, as such, he promised to the people all they wanted to hear, without saying how he would achieve it. I don’t know whether this pantomime approach towards politics is symptomatic of how socialists in opposition try to win power.

    What the socialists did in Greece to win elections three years ago (similar to what Alfred Sant did in the run up to the 1996 election) was to take the people in the street and tell them they will get more goodies in a different way. But no real way was defined. The people believed them and what we have today is known to all. Today, the Greeks cannot afford to pay their wages, their social benefits, their subsidies and more, what for years successive political parties promised to deliver irrespective of the state of the economy.

    I will not fool people. No government can support fuel pump prices and we cannot afford to increase taxes. We need to continue cutting our deficit and public debt. However, we have to avoid the risks of falling into the trap other countries have found themselves in.

    Over the past decade, we were inundated with challenges, we were there with you, not necessarily on the streets protesting but making every effort to go through this patch unscathed while others abused their convenient position promising everything to everyone without the courage to explain the inconvenient truth: how things are and the realities we are facing.

    The author is Minister of Finance, the Economy and Investment.

    http://www.timesofmalta.com/articles/view/20110115/opinion/the-stark-and-inconvenient-truth

  Post Precedente
Post Successivo