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Più che Pil e spread, guadiamo l’ “indice dei miserabili”

Siamo intasati ogni giorno da aggiornamenti di Pil, spread e altri dati piuttosto asettici. Numeri che difficilmente si calano nella vita delle persone e che riescono a dare il senso di come stiano andando davvero le cose nel mondo reale. Il mondo della finanza – quello per cui un titolo guadagna il 10% in Borsa nel giorno in cui annuncia maxi-licenziamenti – non ha né tempo né voglia di osservare altri parametri. Come il Misery index. Basato sui dati dell’Economist intelligence unit ed elaborato da Steve Hanke, professore di Economia applicata alla Johns Hopkins University, questo indice vuole provare raccontare come realmente se la passano i cittadini di un Paese.

Per questo sintetizza l’andamento di alcuni valori macroeconomici considerando tra i fattori che alzano la miseria di uno Stato: elevata inflazione, alti tassi di interesse, alto tasso di disoccupazione e basso Pil pro capite.

La formula è la seguente: (tasso di disoccupazione + tasso di rifinanziamento + tasso di inflazione)  – (Var. % di Pil-pro capite reale)

Anche in questo caso ci si affida quindi alla macroeconomia e ai dati ufficiali ma vengono tenuti in grande considerazione anche il tasso di disoccupazione (a cui francamente sembra scollegato nel mondo della finanza l’andamento degli spread sui titoli di Stato, basta confrontare il basso rendimento dei titoli di Stato spagnoli in questa fase e il drammatico tasso di disoccupazione dello stesso Paese) e Pil pro-capite. Di questo parametro si parla troppo poco. Ci fa capire che un Paese può avere anche un Pil elevato (come la Cina che in questo momento è il secondo Paese del pianeta) ma un non corrispondente livello di benessere dei propri cittadini.

misery-indexDetto ciò, il Misery Index di fine 2013 decreta il Venezuela come il Paese più “miserabile” tra i 90 censiti. Segue l’Iran (che come il Venezuela vive con un’inflazione a doppia cifra) poi Serbia (dove pesa il drammatico conto dei disoccupati) Argentina (causa inflazione), Giamaica (a causa degli alti tassi di interesse). Stupisce di vedere la Spagna al 7° posto della classifica dei “miserabili” (ma il tasso di disoccupazione di Madrid del 27% medio e di oltre il 50% giovanile annulla lo stupore iniziale), seguita da Sud Africa, Brasile e Grecia.

Dobbiamo tristemente annoverare che l’Eurozona – nonostante in questo momento goda di un’ampia fiducia del mondo della finanza con flussi di capitale che stanno tornando a premiarne a dismisura tutti i debiti sovrani con forte caduta degli spread – è ben rappresentata in questa graduatoria funesta con 8 Paesi nei “primi” 50 posti (l’Italia per la cronaca è al 34°).

Certo, per quanto questa classifica in alcuni casi evidenzi dei paradossi che non rispondono all’immaginario collettivo né alla qualità media della vita (servizi sanitari, ecc.) dei rispettivi Paesi, fa comunque riflettere e può servire per spostare il dibattito costruttivo sugli altri indicatori del benessere.

  • Antony81 |

    Secondo questa classifica:

    1 in Uzbekistan si sta meglio che in Norvegia;

    2 in Thailandia si sta meglio che in Germania;

    3 in Messico si sta meglio che in Australia;

    4 in Myamara (Birmania) si sta meglio che in Italia;

    5 in Pakistan si sta meglio che in Spagna.

    Con tutto il rispetto se questa formula, per il calcolo della miseria, ha portato a risultati del genere tale formula va riscritta.

  • lorenzo marchetti |

    Interessantissimo, grazie.

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