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Siamo in lowflation e quindi la Bce agisce anche quando non decide

L’inflazione nell’area euro a marzo è scesa allo 0,5%. In Italia siamo allo 0,4%. Mentre il club dei Paesi in deflazione, tra i 18 dell’Eurozona, ha raggiunto quota 5 (Grecia, Portogallo, Cipro, Slovacchia e Spagna).

Come andranno le cose in futuro? Difficile dirlo perché le stime europee che l’inflazione possa tornare sopra l’1% ci sono ma, considerati i margini di errori delle stime precedenti, vanno prese con le pinze.

Un aumento dell’inflazione presuppone un ritorno alla crescita economica trainata dalla domanda interna. L’austerità praticata nei Paesi del Sud Europa va in direzione opposta e, non a caso, sono proprio i Paesi del Sud Europa a sperimentare in questo momento casi di deflazione o disinflazione conclamati, o di “lowflation” come la definisce adesso il Fondo monetario internazionale.

E’ chiaro che questi Paesi avrebbero bisogno di una politica espansiva da parte della Banca centrale europea. Ma – si dice – la Bce non può però tarare la politica economica dell’intera area economica solo sulla situazione di una parte di quell’area, perché altrimenti non sarebbe “indipendente”. Per questo – si dice – meglio un atteggiamento guardingo.

Ma il problema è che qualsiasi cosa faccia la Bce finisce per favorire o sfavorire una parte dell’area. Quindi anche l’attuale immobilismo non può configurarsi come una forma di “indipendenza”.

Perché scegliendo di non far nulla favorisce la Germania (che ha un’inflazione superiore all’1% e non ha al momento bisogno di politiche espansive). Mentre attraverso un quantitative easing favorirebbe i Paesi in deflazione verso l’uscita di questa spirale e allenterebbe un po’ i morsi dell’austerity. Ma scontenterebbe la Germania, 1) perché è il maggiore creditore dell’area euro come testimoniano i saldi Target 2 e quindi beneficia di un generale clima di deflazione o bassa inflazione; 2) interropendo l’austerity sul Sud Europa sarebbe arduo per la Germania rientrare dei crediti accumulati verso i Paesi del Sud Europa attraverso il riequilibro dei conti interni e della bilancia dei pagamenti.

Peccato che questo riequilibrio stia procedendo più per una diminuzione delle importazioni (di cui il calo della domanda interna e la deflazione/disinflazione sono una conseguenza) che non per un aumento energico e corale delle esportazioni.

Ecco perché quando si parla di immobilismo della Bce si omette una parte della realtà. Nell’ambito di un’area valutaria frammentata e con squilibri non ancora risolti anche lo stare fermi significa favorire il più forte.

Giovedì, quando la Bce dovrà dare la nuova linea di politica monetaria (sono ormai in pochi quelli che scommettono su un quantitative easing) scopriremo da che parte penderà il magnete dell’istituto di Francoforte.

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