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Quattro modelli di mondo che non funzionano, dove vuole andare l’Italia?

Il mondo è profondamente cambiato nell'ultimo decennio. Volenti o nolenti c'è la globalizzazione, bellezza. In questo quadro la vera sfida per uno Stato è partecipare al nuovo mondo senza penalizzare la domanda interna. Perché la via più facile per andare a conquistare nuovi mercati è proprio quella di curarsi un po' meno della domanda interna e potenziare l'export. Ma un governo che si rispetti e che abbia a cuore i propri cittadini dovrebbe puntare alla crescita (anche esterna) tutelando i propri elettori/cittadini. 

Il Pil, prodotto interno lordo, è composto da quattro componenti che fanno perno sulla domanda aggregata di famiglie, Stato, imprese e quella proveniente dall'estero. E' quindi composto da

1) consumi delle famiglie

2) spesa pubblica (comprende tutte le spese correnti statali per l'acquisto di beni e servizi, compresi i redditi da lavoro dipendente)

3) gli investimenti fissi produttivi delle imprese (macchinari ecc.,)

4) il saldo tra esportazioni e importazioni

Vediamo come queste quattro voci partecipano al Pil di Italia, Germania, Stati Uniti e Cina. La scelta dei quattro Paesi non è casuale, perché si tratta (a parte l'Italia che ci riguarda più da vicino) di esempi storicamente diversi di sviluppo economico

Scomppil

I dati parlano chiaro. Gli Stati Uniti, come spesso giustamente si ricorda, sono oggi un'economia nettamente sbilanciata sui consumi (praticamente il 70% del Pil) e sul debito (hanno da anni un saldo commerciale negativo). In Italia – dove l'economia è tornata sui livelli del 2001 – a fine 2012 la quota di consumi era pari al 61% del Prodotto interno lordo. Nel 2012 è tornato positivo, per la prima volta dopo 10 anni, il saldo export-import dando un contributo marginale al Pil. La Germania ha limato negli ultimi anni la quota dedicata ai consumi (domanda interna) a tutto vantaggio dell'export. Quello della Germania è un modello che – all'interno di un'economia matura e sviluppata – ricalca in parte e con le dovute proporzioni il modello cinese (dove la quota dei consumi è addirittura al 34% e per questo il Partito comunista nell'ultimo congresso ha detto che punta nel prossimo quinquennio a crescere attraverso la domanda interna). Ed è poi difficile ipotizzare quale sarebbe oggi il surplus della Germania (oltre 200 miliardi l'anno) in assenza del cambio rigido con altri 17 Paesi dopo aver generato meno inflazione degli stessi Paesi per 15 anni.

Gli Stati Uniti invece viaggiano da anni con un saldo negativo delle partite correnti, una situazione fallimentare per qualsiasi Stato, basata sulla costante crescita del debito. Una situazione che però si è retta a doppio filo con la crescita dell'export cinese in un patto di ferro, definito anche "equilibrio del terrore". Io (Cina) ti presto i miei soldi (compro il debito Usa) e tu (Usa) mi compri le merci. Negli ultimi anni gli Usa sono diventati il mercato di sbocco della Cina, questo si sa e i numeri lo confermano. Questa situazione si regge anche grazie al fatto che gli Usa sono in questo momento detentori della valuta di ultima istanza, il dollaro.

E – sempre con le dovute proporzioni – la Germania ha fatto una cosa simile con il Sud Europa. Io (Germania) vi presto i mie soldi (ai Paesi del Sud Europa) e voi comprate le mie merci (nell'area europea si indirizza oltre la metà dell'export tedesco). 

Questo castello di carta è crollato dopo la crisi Lehman Brothers che ha costretto molte banche tedesche – travolte dalla crisi dei derivati subprime – a dover rientrare dei capitali e a togliere la linfa a debito che aveva fino al 2007 sostenuto le economie di quelli che fino a qualche mese fa venivano spregiativamente chiamati Pigs.

Vista così, dalle dinamiche che influenzano i Pil, il commercio e le relazioni internazionali assomigliano tanto a un gioco delle tre carte dove gli equilibri politici – e non solo commerciali – hanno grossa voce in capitolo.

Bene, l'Italia da che parte vuole stare? Nel modello iper-mercantile (che non tutela la domanda interna) o percorrere una strana più equilibrata, che affianchi alla crescita anche un progetto di benessere dei cittadini? I modelli che finora sfornano le principali economie (forse) non sono il massimo per essere presi (appunto) a modello.

Negli Usa la redistribuzione della ricchezza è sui livelli più bassi dal dopoguerra, come dimostra l'andamento dell'indice Gini. In Germania la strada pare eccessivamente sbilanciata su un modello iper-mercantile che tra l'altro nel lungo periodo finirà per penalizzare la qualità stessa dei prodotti tedeschi. Lo dice la stessa equazione dei saldi settoriali (S-I = X-M). Ovvero se esporti tanto alla lunga devi ridurre gli investimenti delle imprese. La Cina poi ha il secondo Pil globale aggregato ma se si analizza il Pil pro-capite son dolori. 

Bene, i modelli che abbiamo dinanzi non sono il massimo. Adesso che siamo in fase di rottamazione, cerchiamo di seguirne uno migliore. O di crearne uno nuovo, che possa magari un domani diventare IL modello per gli altri.

  • flori2 |

    Se i tedeschi sono i cattivi di turno, noi italiani siamo i polli. Riportateci quello che è riuscito a vendere la Fontana di Trevi!

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