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E se l’Italia emettesse titoli di Stato indicizzati al Pil?

Titoli di Stato indicizzati al Pil. Sembra una stranezza, ma vediamo di che si tratta e se ha senso pensarci in Italia. Diciamo subito che oggi ci sono i titoli di Stato indicizzati al tasso di inflazione. Si tratta certamente di uno strumento da prendere in considerazione per un investimento. Perché questi titoli garantiscono un tasso base a cui aggiungere una parte variabile corrispondente appunto al tasso di inflazione. In Italia ci sono i BTp-i (indicizzati all’inflazione europea) e il nuovo BTp Italia (indicizzato all’inflazione italiana). Essendo collegati all’andamento del costo della vita (indice dei prezzi al consumo) questi titoli garantiscono quindi un tasso di interesse reale positivo. I titoli non indicizzati all’inflazione, invece, offrono un tasso nominale più elevato (rispetto al tasso base pagato dai titoli indicizzati all’inflazione) ma a questo tasso, per arrivare a quello reale, bisogna poi sottrarre il tasso di inflazione. Quindi, in teoria, c’è il rischio che nel caso l’inflazione superi il tasso nominale, questi titoli offrano un tasso reale (tasso nominale-tasso di inflazione) negativo.

E’ chiaro che i titoli indicizzati all’inflazione risultano tanto più convenienti quanto più alte sono le prospettive di aumento futuro dell’inflazione, soprattutto su titoli a lunga scadenza per cui al momento dell'acquisto è difficile lanciarsi in previsioni a medio-termine ed è pertanto difficile che il prezzo del titolo le sconti tutte.

Paradossalmente, in un regime deflazionistico (i prezzi al consumo diminuiscono anziché salire) possono  risultare svantaggiosi perché in quel caso al tasso base bisogna poi aggiungere il tasso di inflazione negativo (quindi si effettua una sottrazione). Di conseguenza il tasso base (qualora il contratto iniziale non preveda una protezione in caso di deflazione come prevede ad esempio il BTp Italia) scende.

Al di là di questi aspetti tecnici è importante sottolineare che i titoli indicizzati all’inflazione sono di natura “difensiva”. L’obiettivo è proteggere l’investitore (e il rendimento reale dell’investimento) da un aumento eccessivo dell’inflazione. Ma dato che in Europa la Banca centrale europea lavoro sodo per non far correre l’inflazione oltre il 2% (e per “lavora sodo” si intende che si pone rigidamente questo obiettivo anche durante le fasi recessive) per chi vive nell’area euro c’è ben poco da proteggere. I rischi – allo stato attuale delle cose – di avere una forte inflazione sono davvero remoti. Di conseguenza i titoli indicizzati all’inflazione sono da preferire a quelli normali sono se il tasso base è allettante  e non inferiore (a parità di scadenza) del 2% al tasso nominale offerto dai titoli che non contemplano questa forma di indicizzazione.

Ma torniamo al punto chiave: i titoli indicizzati all’inflazione sono difensivi. L’innovazione finanziaria non ha avuto limiti sinora nella creazione di contratti derivati via via più sofisticati ma può essere utilizzata anche per finalità costruttive. Lo sarebbe senza dubbio se venissero emessi titoli indicizzati al Pil.

Perché i titoli indicizzati al Pil potrebbero essere un punto di svolta anche per i Paesi dell’area euro? Perché in questo modo gli investitori (pur di veder crescere il rendimento del titolo acquistato) hanno tutto l’interesse che il Pil dello Stato che ha emesso questi titoli cresca. E dato che gli investitori privati (sia nella forma di cittadini di quei Paesi sia nella forma di investitori stranieri) contribuiscono alla formazione del Pil per almeno tre componenti (attraverso i consumi, la domanda di investimenti da parte delle imprese e la differenza positiva tra esportazioni e importazioni) è chiaro che sarebbero incentivati a muovere in alto e in modo costruttivo l’economia di quel Paese, il suo Prodotto interno lordo e, di conseguenza, il loro rendimento.

I titoli di Stato indicizzati al Pil sono una formula che mette tutti d’accordo: Stato e investitori privati. Ambo gli attori traggono vantaggio dal fatto che il Pil vada bene. E, in realtà, in un’economia globale armonica un Paese che cresce in modo sano è un bene, e un’opportunità, per tutti. 

  • a |

    Bisogna però ripensare il PIL

  • Federico |

    Premetto subito che non sono un economista, quindi potrei anche dire delle cose inesatte. Però, ciò che mi permetto di osservare è che la sua idea potrebbe funzionare esclusivamente in un sistema chiuso o in cui esisterssero degli investitori “obbligati” a comprare titoli del paese emitente che li indicizzi al proprio pil. In un sistema concorrenziale come il nostro, un investitore, trovandosi a dover scegliere tra titoli italiani e tedeschi indicizzati ai rispettivi redditi nazionali, opterebbe per quelli tedeschi: maggiormente garantiti, con un rendimento più alto. Perché finanziare un paese in crisi che in più paga rendimenti negativi?

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