Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Vale di più lo spread o la disoccupazione?

A maggio 2011 lo spread tra BTp e Bund a 10 anni era a 145 punti. La crisi finanziaria che aveva colpito Grecia, Portogallo e Irlanda non si era affacciata ancora in Italia (i problemi sono arrivati nell'autunno 2011, a fine novembre lo spread era balzato a quota 575 punti).

Comunque è bene tenere a mente il dato di maggio 2011: 145 punti. In quel momento di acque calme il rendimento dei BTp a 10 anni si attestava al 4,7%. 

Passiamo ad oggi. Il titolo finanziario del giorno è senza dubbio che lo spread è sceso sotto la soglia psicologica dei 200 punti. Non siamo ancora ai 145 di maggio 2011, ma è comunque un bel risultato. E i BTp quando rendono? Sono scesi al 3,94%.

Quindi, in pratica abbiamo uno spread più alto ma rendimenti nominali dei BTp più bassi rispetto ad allora. Questo perché, ovviamente, lo spread esprime una differenza tra due parametri, in questo caso tra il rendimento dei titoli italiani e quelli tedeschi. E quindi, se lo spread è più alto oggi rispetto a quello di maggio 2011, pur essendo calati di molto i tassi dei BTp, vuol dire che sono calati ancor più i tassi dei Bund tedeschi che infatti oggi pagano l'1,7% rispetto al 3,2% di maggio 2011 (un calo di 15o punti).

E poi c'è da dire che, come SEMPRE in economia, vanno considerati i TASSI DI INTERESSI REALI. Quindi bisogna decurtare dai tassi nominali l'inflazione. Questa operazione ci dice oggi che, dato che siamo in disinflazione (0,7% annuo il tasso di inflazione rispetto al 2,6% del 2011) oggi il costo reale del debito è più alto rispetto a quello del 2011. Quindi prima di entusiasmarsi per il calo dello spread, bisogna dire che il cammino da fare è ancora lungo per la ripresa.

Il tutto per dirvi ancora due cose:

1) lo spread è un parametro importante ma va sempre preso con le pinze perché non sempre esprime il termometro della crisi e le condizioni sottostanti di un Paese;

2) lo spread è certamente meno importante del tasso di disoccupazione, il vero parametro da osservare per capire se un'economia funziona a pieno regime (che senso avrebbe per dei cittadini elettori fare parte di un Paese che esprime un Pil in forte crescita, magari perché trainato unicamente dalle esportazioni, a fronte di un alto tasso di disoccupazione?).

Bene, se guardiamo il tasso di disoccupazione di maggio 2011 (8,1%) e lo confrontiamo con quello di oggi (12,5%) scopriamo che adesso c'è tanta gente in più a casa rispetto a due anni e mezzo fa. Che c'è tanta gente che non produce (ne va del Pil potenziale del Paese) e che quindi paga meno tasse di quante ne verserebbe se lavorasse (anche qui ne va del Pil potenziale). C'è tanta gente che consuma meno (con ulteriore incidenza sul Pil potenziale).

Se poi guardiamo alla disoccupazione giovanile (superiore al 30%) le cose stanno ancora peggio. Osservare il dato sulla disoccupazione giovanile è un'assoluta priorità per tutti perché questo dato esprime le basi che un Paese sta gettando per disegnare il proprio futuro ed è quindi tecnicamente più importante del dato medio.

Questo perché se un giovane acquisisce know e competenze in un Paese A che poi non gli dà l'opportunità di esprimerlo non offrendogli un lavoro quel giovane sarà costretto a regalare quel "valore aggiunto" che porta in saccoccia a un Paese B che è in grado di accoglierlo e "occuparlo".

Questo significa che un "Paese A" spende per formare giovani che poi vanno a produrre Pil in un "Paese B" che però non ha investito un solo euro per formarli ma è semplicemente nelle condizioni di dargli un lavoro.

Ecco perché, più che fossilizzarci unicamente sullo spread, dovremmo guardare con molta più attenzione l'andamento del tasso di disoccupazione generale con un particolare "zoom" su quello giovanile, per capire veramente in che direzione stiamo andando. 

  • graziano |

    L’economia di un paese è valutata dall’economia finanziaria, che è aleatoria ma conta. In molti casi la borsa e quindi l’economia finanziaria sale al crescere della disoccupazione. Questo perchè al mercato non interessa il “fattore umano”; è o meglio dovrebbero essere i politici a mediare tra mercato e cittadini.

  • giuseppe aruanno |

    pensavo ad un commento sensato…ma sono abbastanza frustrato, continuiamo a pagare 90 miliardi di interessi sul debito, la spesa pubblica continua a salire e l’unica ricetta che viene proposta è l’aumento della pressione fiscale e di una una possibile patrimoniale. EMIGRARE!!!!

  Post Precedente
Post Successivo