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La domanda interna diventa un dettaglio nel nuovo mondo. Un paio di “cosette” da fare per tornare protagonisti

Il nuovo mondo (quello che sta arrivando anche in Italia cercando di romperne le forti barriere che il Paese sta ergendo dopo anni di conquiste sociali) funziona più o meno così: la priorità numero uno è esportare beni e servizi. Perché – con i mercati aperti e i capitali liberamente circolanti – siamo di fronte a un mercato globale dalle prospettive di utili moltiplicative. Quindi per qualsiasi azienda è certamente più allettante il mercato esterno (che riguarda più o meno un bacino potenziale di 200 Stati) che non quello interno, limitato al numero degli abitanti di un solo Stato.

L'Italia fa parte dell'Unione europea e dell'Eurozona. L'attuale impostazione dei trattati europei appoggia nettamente la visione "a tutto export" del nuovo mondo iper-globalizzato. E' chiaro però che questa visione estremizzata rischia di trasformare la "domanda interna" (noi cittadini in parole povere) in un dettaglio. Ecco perché le riforme di politica economica dovrebbero puntare a invertire questo scenario paradossale che orienta oggi i (de)regolamenti mercati internazionali, compresi quelli europei (se tutti esportano non curandosi della domanda interna alla fine questa domanda dove bisognerà andarla a trovare, su Marte?).

Le riforme di politica economica devono tutelare la DOMANDA INTERNA. Gli sprechi vanno abbattuti attraverso un percorso rigoroso di spending review ma la competitivà della aziende non va riconquistata impoverendo la domanda interna (il calo dei consumi e i rischi di deflazione dimostrano che siamo in questa direzione). Questa (i consumi delle famiglie) rappresentano circa il 60% del Prodotto interno lordo (vi dice qualcosa "la tua spesa è il mio reddito?"). Se la politica economica è orientata unicamente al modello "+ EXPORT" non funziona.

Semplicemente perché la DOMANDA INTERNA è la principale fonte del Pil di un Paese sviluppato, quindi se non funziona il Pil potrà crescere anche per altre vie (travaso da consumi a export) ma il Paese e i suoi cittadini finiranno per entrare nel girone dei Paesi sottosviluppati; lo dimostra la Cina che, dopo anni di "+ EXPORT" adesso sta cercando di compiere il difficile passaggio verso i consumi interni per aumentare la qualità della vita dei propri cittadini e potersi ergere da Paese in via di sviluppo a Paese sviluppato a tutto tondo.

Per questo motivo una politica economica seria di un Paese serio che tenga conto delle esigenze dei cittadini/consumatori deve essere orientata verso un equilibrio. Un modello di sviluppo che vada incontro contemporaneamente al "+ EXPORT" e al "+CONSUMI INTERNI". La riforma madre in tal senso – che coniugherebbe tanto l'esigenza delle aziende di diventare più competitive quanto quelle dei lavoratori di non perdere potere d'acquisto attraverso un processo di svalutazione salariale a cui stiamo andando incontro in assenza di politiche alternative – è il TAGLIO DEL CUNEO FISCALE

Ma, dato che come dicevamo, l'Italia fa parte dell'Unione europea e dell'Eurozona, riforme del genere non sono così semplici da fare dal momento in cui sono stati firmati rigidi vincoli di bilancio. Ciò vuol dire che una vincente politica economica interna deve essere accompagnata da una vincente politica economica estera. Quest'ultima non può che essere una RIDEFINIZIONE DEI VINCOLI EUROPEI, firmati più di 20 anni fa, quando il mondo stava cambiando ma non era ancora diventato questa cosa qua che è oggi.

  • LUCATRAMIL |

    L’analisi non tiene conto del fatto che la domanda interna è fatta da operai+ artigiani+ professionisti. Se le aziende delocalizzano, gli operari restano senza soldi; i servizi di artigiani e professionisti non vengono più resi nè alle aziende (espatriate) né agli ex dipendenti (disoccupati); restano disoccupati anche artigiani e professionisti: dunque la domanda crolla. Se poi i membri della domanda interna sono esterofili ed ammazzano le poche aziende superstiti….insomma un karakhiri nazionale. Io cerco di comprare prodotti dei miei clienti e di aziende italiane: mai sentito il detto “sono soldi che tornano indietro”?

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