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La crisi dell’Eurozona è un problema di debito privato? Lo dice ora anche la Bce e da tempo il ciclo di Frenkel

La crisi dell'Eurozona è un problema di debito pubblico o privato? Finora – a giudicare dalle politiche molto dure (austerity) imposte sui conti pubblici ai Paesi più fragili (prevalentemente collocati nel Sud Europa) – le autorità europee sembra abbiano creduto più alla prima tesi che non alla seconda. Ma i numeri, letti con uno sguardo un po' più profondo, indicano che la crisi dell'Eurozona nasce in realtà come problema di debito privato.

Basta guardare quello che è accaduto negli anni delle "vacche grasse", quelli dal 1999 al 2007 in cui il cambio rigido dell'euro funzionava "apparentemente" a pieni giri. Cosa è successo in questo periodo? Secondo i dati Eurostat il debito pubblico dei Paesi dell'area euro è sceso del 7,4%. Di particolare evidenza il calo del debito pubblico di Spagna (con il debito/Pil in calo del -41,8%, scivolato dal 62,4% al 36,3%) Itaila (debito/Pil sceso dal 113% al 103,3%) e Irlanda (debito Pil crollato del 46,8% dal 47% al 25%). 

Sempre stando ai dati Eurostat si è gonfiato invece il debito privato (prestiti a famiglie e imprese) cresciuto in media nell'area euro del 26,8%. Il dato medio non deve però ingannare. Perché nei Paesi periferici il gonfiamento del debito privato è stato ben più consistente. In Grecia è cresciuto del 217% (più che triplicato), in Irlanda è raddoppiato (+101%), in Italia è balzato del 71%, in Spagna del 75% e in Portogallo del 48%. Percentuali da bolla. 

E infatti i numeri questo dicono. Negli anni delle "vacche grasse" dell'euro nei Paesi poi colpiti dai mercati finanziari e soggetti oggi alle più forti misure di austerità si è gonfiato il debito privato mentre il debito pubblico nella maggior parte dei casi diminuiva e, in ogni caso, non destava grandi preoccupazioni.

Come mai si è gonfiato il debito privato? Per via dei prestiti che piovevano copiosi dalle banche del Nord Europa che trovavano nel Sud un terreno fertile per ottenere tassi di interessi leggermente più alti rispetto a quelli locali, a fronte dell'assenza del rischio cambio. Terreno dove hanno potuto scaricare il forte surplus delle proprie economie, agevolate anche dall'utilizzo di un cambio (l'euro) svalutato rispetto a quello precedente (vedasi esempio del marco della Germania che in caso di ritorno alla valuta nazionale si rivaluterrebbe di circa il 30% rispetto all'euro)

Ma poi cosa è successo? La crisi subprime e il fallimento di Lehman Brothers hanno messo in ginocchio molte banche del Nord Europa (impelagate nella bolla dei derivati) che hanno smesso di foraggiare il Sud. I Paesi del Sud – che nel frattempo drogati da credito facile avevano aumentato consumi, Pil e inflazione – hanno iniziato il giro contrario della giostra (calo dei consumi, calo del Pil e disinflazione quando non già deflazione come sta sperimentando oggi la Grecia).

L'aspetto innovativo della vicenda è che queste argomentazioni arrivano adesso direttamente dalla Bce, dal vicepresidente Vítor Constâncio in un discorso tenuto ad Atene a maggio. E che sembrano indirettamente ripercorrere uno schema elaborato dall'economista Roberto Frenkel, che è poi quello che ha lavorato allo sganciamento dell'Argentina dal cambio fisso con il dollaro nel 2001. La cui teoria – "importata" in Italia dall'economista Alberto Bagnai – è nota come il ciclo di Frenkel. E dà da pensare.

Per approfondimenti su crisi Eurozona e ciclo di Frenkel

  • flori2 |

    Finche si chiede alle banche di prestare denaro anche ai privati, vuole dire che usiamo troppo il debito. Un sacco di gente che compra a rate anche per cifre modiche.
    Se non hai i soldi non comprare

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