Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Wall Street e Main Street mai così lontane. Chi meglio di un 88enne per colmare il gap e tornare al passato?

Tokyo ai massimi da cinque anni. Wall Street al record di tutti i tempi. Piazza Affari in netto recupero. Rendimenti dei titoli di Stato della periferia dell'Eurozona (Piigs) in forte calo. A giudicare dalle ultime notizie che arrivano dal mondo della finanza i Paesi occidentali stanno vivendo un 2013 a gonfie vele. Tutto va bene, anzi va da record.

Famiglie e imprese possono quindi star tranquille. Perché una volta che i mercati si mettono a posto anche per loro le condizioni miglioreranno. Questo spesso ci sentiamo raccontare da autorità e politici. Ed è del resto l'augurio di tutti. Ma purtroppo quello che dovrebbe essere un collegamento pavloviano, pavloviano non lo è fatto.

Mai come in questo momento assistiamo a uno scollamento tra mercati ed economia reale, tra Wall Street e Main Street. 

Prendiamo l'Italia. Oggi i titoli di Stato a 2 anni hanno toccato sul mercato secondario il minimo storico all'1,267%. Ciò significa che sul breve periodo l'Italia non è mai stata considerata così affidabile dai mercati.

Eppure ogni 40 secondi chiude un'impresa. I dati elaborati dal contatore della crisi del Sole 24 Ore sono preoccupanti. Il tasso di disoccupazione è vicino al 12% e quello giovanile – che è il più indicativo per capire se e quanto il know how delle nuove generazioni andrà perso in futuro in cambio di lavori meno professionali accettati pur di sbarcare il lunario – è oltre il 35%. La soglia di chi non percepisce redditi – tra coppie, famiglie monogenitoriali e altri casi – è vicina ormai a quota un milione. Vuol dire che un milione di nuclei famigliari non può far altro che attingere dal patrimonio – se ve ne è – per tirare avanti. Perché di produrre un benché minimo reddito non se ne parla. La sfilza di dati allarmanti sulla Main Street italiana potrebbe continuare.

Ora, i titoli bancari possono anche salire la china se lo spread scende (dato che hanno in pancia tanti titoli di Stato in portafoglio). E quindi Wall Street e compagnia bella possono anche festeggiare nel nome delle potenziate chance di produrre profitti delle aziende quotate. Ma non è pensabile continuare ad operare in un tessuto in cui le banche abbiano la facoltà – e non l'obbligo – di oliare l'economia reale. Facoltà non sempre esercitata. Lo si è visto lo scorso anno quando dei prestiti agevolati della Bce alle banche (al tasso dell'1% da restituire a 3 anni) la maggior parte è stata utilizzata per assestare patrimoni e bilanci (dissestati da scellerate operazioni finanziarie) piuttosto che essere riversata nelle imprese e nei redditi di quella gente che ogni mattina si alza, apre una saracinesca e si mette al lavoro.

Dovrebbe essere scontato ma forse è il caso di ricordare questo principio: le banche svolgono una funzione sociale fondamentale, trasferire la ricchezza dai rispamiatori alle imprese, in cambio di un margine di intermediazione. Una funzione ormai in secondo piano da tempo, da quegli anni '80 in cui è stata portata avanti nei Paesi occidentali la derogolamentazione del credito.

Le banche tradizionali (prendono soldi in prestito dalle famiglie e li prestano alle imprese) sono diventate anche banche di investimento (utilizzano i soldi ricevuti anche per compiere operazioni finanziarie). Nel tempo i rendimenti offerti e promessi da queste operazioni finanziarie sono diventati superiori rispetto ai tassi pagati dalle imprese sui capitali impiegati. Per questo motivo è accaduta un'inversione del ruolo degli istituti del credito.  

Le banche dei Paesi occidentali – nel nome della deregolamentazione – anziché oliare l'economia reale hanno finito via via per sottrarle soldi (canalizzando i depositi verso investimenti finanziari piuttosto che a beneficio delle imprese). 

Ed è questo il vero problema da affrontare adesso. Bisogna dare una priorità ai problemi da affrontare perché, ahinoi, ve ne sono tanti. E quella di regolamentare il ruolo delle banche di prestatore di liquidità alle imprese separando la funzione di banca tradizionale da quella di investimenti è una massima priorità. La vera innovazione da compiere è, molto semplicemente, tornare al passato.

E chi meglio dell'ormai 88enne ri-presidente Napolitano può percorrere questo salto indietro nel tempo riportando, prima delle quotazioni finanziarie e delle beghe faziosi dei partiti di turno, gli interessi della gente al centro di tutto?