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Il sogno infranto del “più Europa”. Maastricht reload

Lo slogan "più Europa" e il mito degli "Stati Uniti d'Europa", a 21 anni dal Trattato di Maastricht sembrano più dei rimpianti che delle certezze. I conti dell'integrazione sono impietosi. Lo dimostra la gestione della crisi del debito con Paesi in piena competizione interna più che in sinergia. Lo dimostra la recente denuncia della rivista Science, secondo cui non decolla neppure l'Europa della ricerca, rimasta prevalentemente nei confini nazionali. E lo dimostra la sfilza dei dati sull'economia reale, imballata da una crisi cominciata cinque anni fa e ad oggi, per nulla risolta. Senza dimenticare le disuguaglianze sul mercato del lavoro.

Insomma c'è tanto da fare. Il trattato di Maastricht e il successivo Trattato di Lisbona evidenziano dei limiti nel raggiungimento del sogno degli "Stati Uniti d'Europa". Ci sono dei limiti strutturali e dei limiti ideologici.

Tra i primi (quelli strutturali) annoveriamo

1) se il debito non è comune non si può parlare di unione monetaria ma di unione di cambio; questo è un grave problema a) perché rende vulnerabili dagli attacchi speculativi i singoli debiti sovrani (cosa impossibile in altri esempi di unioni monetarie come ad esempio gli Usa) acuendo le differenze tra i singoli Paesi e allontanando le prospettive di creare sinergia tra le varie economie; b) perché permette ai Paesi che generano meno inflazione di effettuare svalutazioni competitive (a parità di cambio) rispetto ai Paesi più deboli che generano inflazione accentuando ulteriormente il divario interno

2) chi lo dice che l'obiettivo di inflazione al 2% sia giusto? Secondo il Fmi la soglia ottimale potrebbe attestarsi al 4%. Anche in questo caso questo paletto pare svantaggiare i Paesi più deboli e indebitati;

3) chi lo dice che il debito/Pil debba attestarsi al massimo al 60%? Ci sono alcuni studi accreditati che dimostrano la sostenibilità di un debito anche con un debito/Pil all'80-90%

4) per quale motivo si ostenta una strategia di austerità durante una fase di recessione? La formula è scontata e non può che portare altra recessione.

Veniamo ai fattori ideologici

1) L'economia non è una scienza esatta. Ci sono grandissimi studiosi e straordinari economisti che la pensano in modo totalmente opposto. Siamo sicuri che l'ideologia economica dominante che guida le scelte in sede europea (di forte stampo neoliberale) sia quella giusta? Al momento sembrerebbe di no, se consideriamo i dati dell'economia reale e i dati sulle condizioni di povertà e disoccupazione. Ricordando che l'obiettivo di uno Stato (in qualsiasi forma esso sia e attraverso qualsiasi alleanze geopolitiche intenda adottare) deve restare quello di raggiungere il suo Pil potenziale garantendo il massimo tasso di occupazione ai propri cittadini. Altrimenti i cittadini, un giorno o l'altro, potrebbero trovare non più ragionevole onorare il patto con il proprio Stato (ti pago le tasse in cambio di servizi) decidendo di sloggiare in aree strutturate in modo tale da garantire un rispetto delle forze in campo e una qualità della vità migliori.

Per questo motivo, se vogliamo credere ancora negli "Stati Uniti d'Europa" sarebbe necessaria una riscrittura dei Trattati su cui si eregge. Ci vuole una "Maastricht reload".