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Mutui, ci vuole un Euribor italiano

Abbiamo più volte indicato che le banche italiane da oltre un anno tengono alti gli spread che applicano sui mutui. Secondo la Bce la media è al 4,05%, superiore di 70 punti base (0,7%) alla media europea. Certo, i dati medi non devono confondere: perché i mutui più aggressivi oggi contemplano spread del 2,85% (sul variabile) e del 3% (sul fisso). Si tratta però di livelli ancora troppo alti.

Le banche si giustificano spiegando che i costi di raccolta sul mercato interbancario (dove cioè le banche si procurano il denaro all'ingrosso per poi rivenderlo al dettaglio prestandolo a mutuatari, imprese, ecc.) sono ancora troppo alti. A causa dell'altro spread, quello che misura la differenza tra i rendimenti dei BTp e Bund (e quindi il rischio implicito di default del Paese Italia) che è certamente sceso (dai 550 di luglio ai 260 di gennaio 2013) ma resta pur sempre alto.

Il problema - per capire fino a che punto le banche dicono la verità oppure approfittano nel trincerarsi dietro l'alto costo del funding per mantenere alti gli spread medi sui mutui – è che in questo momento guardando l'Euribor europeo non si ha un'evidenza del costo di raccolta medio delle banche italiane. Perché l'Euribor – per sua natura – rappresenta la media dei tassi a cui un panel di 39 banche (tra cui le italiane Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banca Mps e Ubi banca) dichiarano di prestarsi il denaro fra loro (appunto il costo del denaro all'ingrosso). Ma è un dato medio prevalentemente europeo (nel panel ci sono anche banche giapponesi e svizzere) ed è quindi molto schiacciato. Per giunta, nel calcolo vengono omessi i sei tassi più alti e i sei più bassi, accentuandone il valore medio. Valore che in ogni caso oggi non riflette la realtà di quello che accade sul mercato interbancario italiano (l'Euribor a 1 anno è allo 0,56% e quello a 1 mese allo 0,1%, valori che non spiegano gli spread sui mutui a tasso variabile chiesti oggi dalle banche italiane, se così fosse i mutui in Italia dovrebbero costare molto meno). L'Euribor ci dice oggi una sola cosa: che il mercato interbancario europeo è poco liquido.

Per avere più trasparenza, ci vorrebbe un altro Euribor, in versione italiana che aiuti a capire l'effettivo costo di raccolta delle banche italiane in modo tale da avere la prova del nove sugli spread applicati poi a cascata sui mutui.

In questo momento possiamo ricavare "l'Euribor italiano" osservando il rendimento dei collocamenti delle obbligazioni emesse dalle banche in favore della clientela retail. A questi poi bisogna aggiungere i costi di copertura del rischio perché le obbligazioni arrivano a 5-7 anni mentre i mutui si spingono anche fino a 30 (questa incertezza temporale è un costo per le banche). Questi dati indicano che complessivamente oggi le banche raccolgono denaro all'ingrosso a tassi superiori al 3% (perché pagano ai titolari di loro obbligazioni tassi annui superiori al 3%). Ed è per questo che gli spread restano alti.

Per capire se gli spread scenderanno nei prossimi mesi bisognerà quindi guardare i tassi che le stesse banche offriranno ai risparmiatori nelle emissioni delle prossime obbligazioni retail. Queste saranno il vero termometro, quella sorta di "Euribor italiano" che potrà aiutare a capire se gli istituti faranno cartello sui tassi e se invece saranno messi realmente nelle condizioni tecniche di tagliare gli interessi su mutui.

Se questi scenderanno allora il costo del funding si ridurrà e le banche non avranno alternative alla riduzione degli spread sui mutui. Anche perché lo scudo anti-spread di Draghi e l'allentamento dei cordoni patrimoniali di Basilea III stanno dando indubbiamente una mano agli istituti per risollevarsi da questa crisi.

Per assistere a una corposa riduzione degli spread è necessario però che si muovano per prime banche di grosso calibro, quelle che per prime potranno beneficiare di una riduzione del costo del funding. Perché le piccole banche (quelle che spesso sono le più aggressive sul lato mutui e spingono anche le più grandi a tagliare) oggi sono quasi escluse dal mercato interbancario. E hanno obiettivamente costi di funding elevati.

Last but not least: la maggor parte delle banche ha in pancia mutui in perdita, quelli concessi prima del settembre 2011 alla generazione di mutuatari fortunati. Una perdita che spesso (perlomeno in parte) tende a essere scaricata sui nuovi mutuatari. E questo è un altro problema, funding o non funding, da risolvere.