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L’austerità (in fase di recessione globale) è una trappola

Austerity a tutta forza per riportare sulla retta via i Paesi più deboli. Questa, nei fatti, la ricetta che la Germania sta imponendo ai Paesi più in difficoltà dell'Eurozona, almeno secondo i parametri canonici del debito/Pil e del deficit/Pil (se invece si considerasse anche la ricchezza finanziaria delle famiglie, che in Italia è pari a quattro volte il Pil, l'Italia sarebbe lontana da speculazioni e allarmismi esagerati nel breve periodo).

Ma l'austerity, che consiste in rigide manovre sui conti pubblici e in aumento delle tasse (questa seconda carta viene giocata dai governi meno bravi che colpiscono agevolmente senza pensarci due volte le classi medie anziché riformare la dinamica della spesa pubblica e dei rapporti clientelari che la ingessano) rischia di far precipitare i Paesi costretti ad attuarle in una spirale senza fondo. Ce lo spiega questa tabella sui costi dellausterity nel mondo.

Perché? Perché c'è tempo e tempo per attuare il risanamento. Se questo avviene in un momento di pesante rallentamento dell'economia globale – come evidenziato dal Fondo monetario internazionale nel suo ultimo report – i rischi di un avvitamento dell'economia sono enormi. Se più Paesi contemporaneamente riducono consumi e domanda ciò causa un calo delle entrate e un aumento delle spese che alla fine vanificano gli sforzi fatti adottando misure di austerity. Come sempre, bisogna analizzare una riforma nell'organismo complesso che è un sistema economico integrato e non semplicemente relegarla ai confini di un singolo Paese.

I numeri parlano chiaro. Nel bienno 2009-2011 i Paesi che hanno spinto (perché sono stati spinti a loro volta da istituzioni sovranazionali europee) il tasto austerity hanno accusato un drammatico decremento del Pil.

Nel tentativo disperato di mettere a posto i conti ga Grecia ha agito sul saldo primario attraverso un'operazione che ha impattato per 11,9 punti di Pil. Nello stesso arco di tempo il Pil è arretrato del 18%. Il Portogallo ha adottato misure di austerity pari a 7,3 punti di Pil assistendo a una recessione da 4,8 punti di Pil. E l'Irlanda / il terzo Paese finora ad aver richiesto gli aiuti della Troika (Ue-Bce-Fmi) / ha adottato austerity pari a 4,1 punti di Pil vedendo frenare l'economia del 13,5% (nonostante il regime fiscale agevolato per le imprese).

La Spagna, a fronte di un'austerity pari a 3,4 punti è arretrata del 7,1%. E- forse questo il motivo per cui il premier Mariano Rajoy non vuole cedere alla richiesta di aiuti all'Ue per attivare il fondo salva-Stati e lo scudo anti-spread di Mario Draghi. Perché i numeri indicano che in questo momento la politica dell'austerity – parola antipatica almeno quanto lo è il termine "spread" – non porta da nessuna parte. Anzi porta indietro nel tempo, vanificando in qualche trimestre i progressi che le classi medie (e le democrazie) hanno compiuto nel giro di decenni.

E l'Italia – che dopo un'eventuale richiesta di aiuti da parte della Spagna sarebbe la prossima candidata – osserva con attenzione gli sviluppi. Con la stessa sensazione di paura che adesso vivono ogni giorno, e sempre più dalle parti di Madrid.

Ulteriore approfondimento su questo articolo (austerity-spagna)

  • hermann |

    Tutto vero. E il fatto che un giornale come il Sole24h faccia proprie tali osservazioni (fino a un paio di anni fa in bocca solo ai “comunisti”) la dice lunga sulla rivoluzione storico-economica in atto. Bene. Ciò premesso, manca la conclusione logica: superata una data soglia di debito pubblico, è impossibile tornare indietro! Cosa ne consegua, nessuno lo sa. I fatti precedono, e precederanno, le più dotte analisi e previsioni.

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