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Perché (forse) non ha più senso parlare di spread

Lo spread è ancora il parametro giusto per misurare il termometro della crisi? Oggi è a 340, a fine luglio a 530. Seppur sia sceso tantissimo – per effetto dello scudo anti-spread di Mario Draghi – resta ancora su una soglia molta elevata.

Ma se analizziamo il rendimento dei BTp scopriamo un dato soprendente, che vanifica l'effetto allarmistico che in ogni caso questa parola, entrata da un anno a questa parte prepotentemente nel gergo comune della finanza, suscita. A marzo 2011 quando la crisi dell'Eurozona non aveva colpito l'Italia (colpita invece da settembre 2011) il rendimento dei BTp a 10 anni si attestava al 4,8%. Lo spread con i rispettivi titoli tedeschi era di 130 punti. Oggi il rendimento dei BTp è vicinissimo a quello pre-crisi (5.1%). Eppure lo spread a 340, 2 volte e mezza quella del periodo pre-crisi.

Questo solo per l'effetto della concomitante caduta dei rendimenti dei Bund a 10 anni scivolati dal 3,3% all',15-1.6%. Quindi allo stato attuale possiamo trarre le conclusioni:

– l'Italia ha superato la fase critica e il rendimento dei titoli di Stato è vicino ai livelli pre-crisi
– questo dato va però ponderato con il contestuale ribasso dei tassi di interesse registrato dalla primavera 2011 (tasso Bce dall'1,25% allo 0,75%)
– la Germania è ancora considerato un rifugio eccezionale e quindi il rendimento dei propri titoli è sensibilmente calato, nonostante il varo dello scudo anti-spread.

Continuare a parlare di spread, e quindi continuare a correlare Italia e Germania attribuendo un senso d'allarme generato da questo vocabolo a questo punto, con le carte così rimescolate, forse non ha più senso. Se non altro, non ha più il senso che ha fatto esplodere nel linguaggio finanziario la parola spread, gettonatissima ormai anche nelle discussioni dal barbiere o al supermercato.

Consulta il grafico di confronto tra spread BTp-Bund e rendimento dei BTp a 10 anni.

  • Vito Lops |

    @marco Gentilissimo Marco, condivido pienamente la sua impostazione. Lo spread con la Germania è alto e resta preoccupante nel confronto con la Germania. In questo momento di crisi la Germania è decisamente più competitiva e sta acquistando solide imprese del nostro Paese a prezzi e tassi scontati. E ciò non è giusto.
    Ma il senso del mio post va un po’ oltre questo aspetto che, purtroppo, ahinoi, sta diventanto quasi un dato di fatto.
    Il senso del mio post è focalizzato sul debito pubblico e sugli alti tassi di interessi che il Paese dovrà pagare quest’anno (circa 90 miliardi di euro) a fronte di aste di titoli di Stato battute a tassi elevati. Adesso che i tassi si stanno avvicinando ai livelli pre-crisi i costi in termini di interessi per lo Stato (e ciò si evince dall’andamento delle ultime aste) si stanno ridimensionando. In questo senso, rimanendo nella logica dei costi del debito pubblico, ho scritto questo post, se vogliamo un po’ provocatorio. Per evitare che si usi troppo spesso la parola spread che ormai ha assunto un’accezione negativa e crea un senso di allarme ulteriore nella popolazione. Oltre a quello, che per le giuste ragione da lei addotte, c’è già tra le svantaggiate imprese nel nostro Paese.

  • marco |

    Vito, le confesso che sono sorpreso. Va bene cercare di abbassare i toni ma fino ad un certo punto. Il problema vero non sta nel costo che lo Stato sostiene – che in ogni caso è quadruplo rispetto alla Germania sui 10 anni (ma non potendo dare aiuti di Stato ai privati, vedasi il seguito, questo aspetto “dovrebbe” essere neutro in termini di competitività) – ma sui saggi di finanziamento a cui le aziende hanno accesso. In pratica, con uno spread di 350 bps, con leva 3x [ragionevole per un investitore tedesco capiente] si rischiano takeover di ns assets a costo zero per un acquirente avente accesso al credito a tassi tedeschi – aspetti e vedrà -, come già sta per altro accadendo per varie aziende non quotate. Inoltre le ns. aziende stanno diventando, per causa di detto differenziale di saggio di finanziamento, meno competitive avendo un costo di finanziamento più che quadruplo sulle SMEs rispetto ai competitors ad es. tedeschi: il finanziamento è un costo e deve essere rispecchiato nei prezzi di vendita [o ad es. riducendo i costi di R&D], anche qui abbattendo la competitività. Voi non ve ne state accorgendo evidentemente, ma l’obiettivo di illuminati strateghi economici centro europei è quello di fare un takeover dell’unico Stato veramente ricco ed accessibile ossia dell’Italia, svuotandolo prima di aziende competitive e finalmente – ma solo fra un ragionevole lasso di tempo – attaccando le riserve delle famiglie per via di una patrimoniale a copertura dei debiti dello Stato: a quel punto il Paese sarà veramente in svendita. [la Spagna è già morta e sepolta, ha ormai ben poco valore da offrire, con un apparato industriale di fatto già alienato e famiglie indebitate].
    Cosi, tra l’altro, si sta distruggendo alla base il substrato industriale italiano, per la felicità dei paesi nordici. Chieda a Squinzi cosa ne pensa…. sarà che lavoro da anni per aziende nordeuropee ma la mia chiave di lettura è molto diversa dalla sua. Fossi nei tedeschi, visto che l’Italia appare tonta e non si accorge del grande disegno (e qui il gioco delle raccomandazioni e della caste per portare incompetenti ai vertici dell’amministrazione gioca veramente a ns. sfavore), farei precisamente la stessa cosa. In bocca al lupo Vito, ma sappia che mi aspetto sempre da una testata come quella per cui Lei lavora maggiore attenzione agli interessi industriali del Paese

  • Alexander64 |

    non ha più molto senso parlare di Europa secondo me, se cadi, anche per un attimo, non ti aiutano, non ti danno una mano, ti calpestano la faccia con i sandali di legno

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