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Non solo spread. Il vocabolario della finanza: gli Eurobond sono la salvezza dell’Ue?

Dopo aver parlato del deleveraging, la cui comprensione può aiutare a capire per buona parte le recenti turbolenze sui mercati azionari, scandagliamo per la rubrica "Non solo spread" un altro termine, decisamente in voga nel vocabolario della finanza, e decisamente importante per provare a orientarsi nella crisi dei debiti sovrani che dal 2010 attanaglia l'Eurozona.

EuroBond
Rilanciato per la prima volta dall'economista Alberto Quadro Curzio il tema degli EuroBond è stato ripreso nell'estate 2011 dall'ex premier Romano Prodi sulle pagine del Sole 24 Ore con gli EuroUnionBond, un'evoluzione concettuale degli Eurobond. Di cosa si tratta? Come indica lo stesso Quadro Curzio nel libro intervista "Economia oltre la crisi" curato dal giornalista del Sole 24 Ore Stefano Natoli (Editrice La Scuola) gli EuroUnionBond sono obbligazioni che dovrebbero essere emesse da un apposito Fondo finanziario europeo preposto.

La grande differenza rispetto ai bond emessi dal Fondo salva-Stati europeo riguarda la garanzia. Gli EuroUnionBond sono garantiti da capitale realmente conferito dai Paesi (e non potenziale come nel fondo salva-Stati). In che modo? Attraverso un mix di riserve auree e azioni di società esistenti o da costruire specializzate in reti e infrastrutture (tlc, trasporti, etc.).

Nel dettaglio, il capitale reale sarebbe conferito dagli Stati dell’Uem nelle stesse proporzioni che essi hanno in quello della Banca centrale europea.

1) Le riserve auree del Sistema europeo di banche centrali (Sebc) sono tra le maggiori al mondo con circa 350 milioni di once per un controvalrore inorno ai 450 miliardi di euro;

2) quanto all'altra componente da conferire al fondo rientrerebbero beni patrimoniali reali e reddituali, nonché capitali in forma di obbligazioni convertibiil e di azioni di reti infrastrutturali stimate a valori reali e non a prezzo di mercato sviliti.

Insomma, un mix di oro (riserve) e infrastrutture (azioni di società) per emettere bond da prestare agli Stati in difficoltà, ridare ossigeno all'economia facendola ripartire dalle fondamenta, le infrastrutture appunto.

Secondo Quadro Curzio, "supponendo che il capitale da versare al Fondo sia di 1.000 miliardi di euro, l’Itaila dovrebbe conferirne 180, di cui 79 milioni di once in riserce auree, valutabili in 101 miliardi, più altri 79 che a nostro avviso dovrebbe essere azioni di società esistenti o da costituire che detengono reti e che sono attuale proprietà (o partecipate) dello Stato o di altri enti pubbici territoriali o funzionale  (Terna, Snam, rete Ferrovie dello Stato Italiane, Anas, acquedotti, porti, etc.). Società che oggi non sono privatizzabili dati i prezzi di mercato. Con questi conferimenti il timore tedesco di pagare debiti altrui dovrebbe placarsi".

"Se il fondo emettese 3mila miliardi di Eub con una leva di 3 e durata decennale al tasso del 3% (ma potrebbe essere anche pari al 2%, ovvero quello pagato adesso dalla Germania) il debito/Pil dell’Uem scenderebbe dall’85% al 60% (se il fondo rilevasse 2.300 miliardi di titoli di Stato dei Paesi Uem). L’Italia scenderebbe al 95% sul debito Pil verso il mercato mentre per il restato 25% sarebbe debitrice verso il Fondo. I rimanenti 700 miliardi della citata emissione dovrebbe essere impiegati per grandi investimenti europei anche per unificare e far crescere imprese continentantli nelle reti dell’energia, delle tlc, dell’acqua, dellte tratte ferroviarie, dei porti delle quali il FF diverrebbe azionista".

I vantaggi, rileva l'economista, sarebbero enormi: stabilizzare la gestione dei titoli di Stato a lunga scandenza pagando bassi interessi e attirando investitori molti liquidi come i fondi sovrani che si stima oggi abbia un patrimonio di 4.000 miliardi di dollari. Oltre all’unificazione delle reti europee che favorirebbero economie di scala e la concorrenza delle società operative sulle reti per la produzione di beni e servizi.

Sugli EuroBond in passato si è espresso favorevolmente anche il premier Mario Monti. A questo punto della crisi, con lo spread che vacilla ancora pesantemente intorno ai 400 punti base, sarebbe il caso di crederci davvero. E convincere la Germania che, se vuole restare nell'euro, qualche compromesso (e tra questi il migliore attualmente pare proprio essere la formula degli Eurobond) dovrebbe farlo.