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Il 6 maggio può cambiare la visione d’Europa

L'Eurozona, diciamocela tutta, nella visione attuale sembra una succursale politica delle scelte del suo Paese più virtuoso, la Germania. Scelte che alla luce di quello che sta succedendo sui mercati finanziari e sui conti pubblici non stanno pagando nel breve periodo. Con il rischio di rivelarsi drammaticamente inefficaci anche nel lungo periodo. La cura di un'Europa profondamente malata attraverso una ricetta fatta di tanta, tanta austerity sembra non aver neppure la forza di un blando palliativo.

La popolazione dell'Eurozona in questo momento vuole crescita e occupazione. Piuttosto che tasse su tasse, peraltro innestate in una fase di stretta creditizia che sta gelando l'andamento economico. I nuovi piani di austerity, compresi quelli orchestrati dal governo Monti, stanno puntando più sull'inasprimento che sulla crescita.

Come mai, solo per pescare dal cilindro delle proposte costruttive, non è stata varata una riforma con sgravi fiscali alle imprese che assumono? Come mai lo stesso Monti, che in più occasioni ha dimostrato di gradire gli Eurobond, non spinge sull'acceleratore per promuovere questo strumento?

A questo punto, come ricorda Nicolò Nunziata, strategist di J&C Associati, ci sono tre alternative per l'Eurozona:

1) integrazione fiscale completa con Eurobond ed euro bill e trasferimenti ai Paesi che ne hanno bisogno;

2) uscita della Germania dall'euro;

3) dissoluzione dell'euro;

In sostanza se non si intraprende o la prima o la seconda strada si rischia di cadere nella terza che più che una strada sembra un precipizio.

Allo stato attuale siamo in un cono d'ombra. Una regressiva empasse europea, incoraggiata dal nein della Germania agli Eurobond (emessi con garanzie realmente conferite dagli Stati membri, come riserve aurifere) e alla vera integrazione fiscale. E' chiaro: in questo modo la Germania dovrebbe fare un passo indietro (condividere in pancia anche i rischi di Paesi meno virtuosi) ma  nessuno ha obbligato il governo di Berlino a entrare nell'euro. Se non avesse voluto giocare con attori più deboli avrebbe potuto fare come l'Inghilterra che sin dall'inizio si è tenuta da parte (la cui sterlina in questi giorni è tra valute più acquistate come bene rifugio).

Adesso, la Germania non può sottrarsi al ballo dell'euro. O se non vuole ballare non può rimanere in pista, deve uscire dall'euro. Altrimenti ne usciranno tutti con effetti devastanti tanto sui Paesi più periferici quanto sulla stessa Germania. E' stimato infatti che in caso di uscita della Germania dall'euro il marco si rivaluterebbe del 20-25% creando uno shock alle esportazioni tedesche, faro trainante dell'economia dei land. Allo stesso tempo i Paesi periferici andrebbero incontro a una svalutazione competitiva della proprie valute che penalizzerebbe ulteriormente il surplus delle esportazioni tedesche.

Ecco perché questa visione d'Europa non può andare avanti. Ed ecco perché il 6 maggio, giorno in cui in Francia potrebbe vincere le elezioni presidenziali Francois Hollande (sostenitore di politiche di crescita e degli Eurobond) e in Grecia potrebbe entrare nella coalizione di governo Antonio Samaras (sostenitore di politiche di crescita e degli Eurobond) ha le potenzialità di essere il D-Day per l'Eurozona. Il punto di svolta per spingere la Germania a prendere una decisione netta sul suo destino. E sul destino dei più piccoli. Per evitare che il malanno del Vecchio Continente derivi nella trappola della liquidità. Da cui è affetto da oltre 20 anni il Giappone.

Approfondimento su elezioni Francia e Grecia sul Sole 24 Ore