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Rating traballanti per le big bank degli Usa. A maggio rischiano una raffica di downgrade

La crisi dei debiti sovrani - che sta portando molti governi, Italia inclusa, ad eccezionali misure di austerity che graveranno inevitabilmente nelle tasche dei ceti medio-bassi – è nata, dovendo ricostruire il tutto, dalle banche degli Stati Uniti.

Tra il 2000 e il 2004, complice un regime di tassi bassi impostato dalla Federal Reserve per pompare l'economia a stelle e striscie, le banche statunitensi hanno concesso la gran parte di mutui a tasso variabile. Il problema non è stato questo, perché statisticamente e finanziariamente i mutui a tasso variabile restano, salvo clamorosi casi di fissi scontati, i mutui più convenienti tanto nel breve ma soprattutto nel lungo periodo. Il problema è nato dal fatto che questi mutui sono stati concessi a chi, in realtà, avrebbe dovuto restare in affitto. Ovvero a coloro che non erano in grado di pagare le più care rate del mutuo a tasso fisso, ma il cui reddito permetteva a stento di rimborsare quelle dei mutui variabili eccezionalmente basse in virtù della politica di tassi scontati della Federal Reserve.

Stiamo parlando dei famosi e famigerati subprime. Una categoria andata gambe all'aria quando l'inflazione degli Stati Uniti si è impennata costringendo la Fed a ritoccare all'insu' i tassi.Tassi all'insu' hanno spinto le rate dei mutui variabili concessi allegramente negli Stati Uniti ai ceti meno abbienti in alto e mandato in pignoramento gli immobili delle categorie subprime.

A questo poi si è unito il problema della sterminata mole di quantità di contratti derivati agganciati ai mutui subprime, emessi e venduti in tutto il mondo dalle banche americane. Carta straccia in giro per il pianeta finanziario globalizzato che ha mandato gambe all'aria molte big bank, anche del Vecchio Continente. Negli Stati Uniti Lehman Brothers è fallita (con un buco di oltre 600 miliardi di dollari) mentre Fannie Mae e Freddie Mac e tante alte sono state salvate dal governo. Stessa dinamica in Europa. Molte banche sono tecnicamente fallite ma grazie all'intervento degli Stati hanno coperto la falla, pur pagando tutt'ora una fase di endemica debolezza nell'erogazione del credito: il cosiddetto credit crunch. Causando difficoltà per famiglie e imprese e alimentando recessioni qua e là.

Molti Paesi hanno però fatto il passo più lungo della gamba. Salvando le banche hanno agito a leva su deficit e debito pubblico portandoli a livelli insostenibili. Da qui è nata la crisi dei debiti sovrani. Una crisi che finora ha colpito soprattutto l'Europa perché la Banca centrale europea, per statuto, non può iniettare moneta nel sistema, come invece ha fatto la Federal Reserve degli Stati Uniti che ha stampato soldi per oltre 2 miliardi di dollari (attraverso due poderose manovre di quantitative easing).

In realtà, un escamotage la Bce, da novembre guidata dal "filoamericano" Mario Draghi, lo ha trovato, attraverso due maxi-aste di finanziamento agevolato (1% da rimborsare in 3 anni) per complessivi 1.000 miliardi di euro in favore delle banche in difficoltà. Un'operazione che ha fatto rifiatare le banche e i rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi periferici (Italia, Spagna soprattutto) decollati con l'acuirsi della crisi (e in parte contagiati da Grecia, Irlanda e Portogallo che sono tecnicamente in amministrazione controllata di Ue-Fmi e Bce dopo aver ricevuto eccezionali piani di salvataggio).

Le maxi-aste lanciate da Draghi hanno innescato un meccanismo virtuoso positivo sui bilanci. Perché se i titoli di Stato in pancia alle banche si apprezzano (e di conseguenza calano i rendimenti riducendo lo spread con il Bund tedesco) migliora anche lo stato patrimoniale.

La situazione però non è al riparo. Anzi è piuttosto imballata. Tanto che la statunitense Standard and Poor's ha emesso oggi un report in cui indica che la redditività delle banche italiane resterà bassi ancora per diversi anni. E ciò influirà anche se i dividendi. Il risultato? Da ieri le banche a Piazza Affari sono tra i titoli più venduti e stanno vanificando in poche ore buona parte dei guadagni messi in saccoccia da inizio 2012 dopo due anni consecutivi di ribassi.

Ma, come un cane che si morde la coda, questa crisi rischia di ritornare laddove è partita. Negli Stati Uniti. A discapito di facili entusiasmi dettati da dati macro positivi (indice manifatturiero e tasso di disoccupazione) degli Stati Uniti le big bank a stelle e strisce non se la passano benissimo. E rischiano che il prossimo maggio - quando scadono i 90 giorni di tempo dal warning emesso a febbraio da Moody's – di subire una raffica di downgrade che potrebbe portare solo Goldman Sachs e Jp Morgan, quand'anche anch'esse declassate, a restare nell'alveo della A (il grafico delle banche Usa a rischio downgrade).

Insomma, da qualunque lato la si guarda, questa crisi – che ormai sta spazzando risparmi qua e là imperterrita dal 2007 – è come un cubo di Rubik in mano a qualcuno che non ha idea di come risolverlo.