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Grecia, il punto su un default (dis)ordinato

La Grecia è in default. Questo è chiaro. E' chiaro dal 26 ottobre quando i creditori privati hanno sottoscritto un accordo per rinunciare al 50% del valore dei propri bond.  Ma da allora, le cose si sono complicate. Cerchiamo di capire perché.

Innanzi tutto i numeri. Il debito della Grecia ammonta a 350 miliardi di euro. Di questo debito 200 miliardi sono in mano a banche e altri investitori privati. La parte restante è però in "mano pubblica", fra cui Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Ovvero in mano agli stessi organismi che fanno parte della cosiddetta troika, composta appunto da Fmi-Bce e Unione europea, che deve decidere se concedere un nuovo pacchetto di salvataggio alla Grecia, dopo i 110 miliardi stanziati nel 2010. Pacchetto di cui Atene ha bisogno come fosse ossigeno dato che il 20 marzo scadono bond per 14,4 miliardi e non sa al momento dove trovarli. Curioso il fatto che ieri il ministero dell'Economia locale ha deciso di punire con la gogna mediatica oltre 4mila evasori con la pubblicazione dei nomi (e degli importi evasi) sul sito internet ufficiale. L'importo evaso ammonta a 15 miliardi, una cifra non lontana da quelli di cui Atene ha immediato bisogno.

In assenza di un nuovo prestito/salvataggio la Grecia non potrà onorare il nuovo bond in scadenza e, puttosto che andare incontro a un default ordinato, cadrà in un fallimento disordinato, rischiando di contagiare immediatamente anche gli altri Paesi traballanti dell'area euro (quello attualmente messo peggio è il Portogallo mentre l'Irlanda, che pure è entrata nel vortice degli aiuti, pare stia mettendo le cose a posto).

Da ciò si deduce che non è interesse di nessuno far cadere la Grecia in un fallimento disordinato. Quindi, prima o poi, entro il 20 marzo con ogni probabilità un accordo per la una ristrutturazione ordinata del debito  sarà fatto.

Nel bel mezzo però ci sono le trattative. La disponibilità a rinunciare al 50% dei crediti, come sottoscritto dai creditori privati lo scorso autunno, non va però più bene al momento alla troika. Tanto che nei giorni scorsi è stata alzata l'asticella della perdita (haircut) al 65-70%. Su questo i privati hanno concordato. Ma al momento non c'è intesa sul tasso di interesse che dovranno incorporare le cedole dei titoli da riscadenziare attraverso uno swap (sostituzione di vecchi titoli con titoli di nuova emissione a scadenza più lunga, per dare più tempo al governo di Atene di rimettersi in sesto e poter onorare in futuro i debiti), elemento che pure fa parte del piano di ristrutturazione del debito greco. I creditori privati vorrebbero almeno il 4%. La troika  propende per un 2%, ritenendo che la situazione altrimenti sarebbe insostenibile.

Nel frattempo, oggi l'Institute of international finance (Iif), l'istituto che guida le trattative sul debito greco per conto dei privati e che è guidato da Charles Dallara, ha dichiarato che anche i creditori pubblici dovranno accettare (per quanto riguarda i titoli greci che hanno in pancia) lo stesso "haircut" che sarà imposto ai creditori privati.

La faccenda, quindi, si complica. E il 20 marzo non è poi così vicino. Nel mezzo, questa ennesima incertezza decisionale fra i big dell'Eurozona rischia di foraggiare la volatilità sui mercati finanziari incrementando i benefici per chi specula sull' effetto "ascensore" euro/dollaro (da settimane la divisa unica si muove tra 1,27 a 1,3 dollari) e sugli investimenti nell'azionario con le Borse che alternano giornate di grande appetito per il rischio ad altre di digiuno. Volatilità in cui a farne le spese sono sempre i piccoli, siano essi trader che rispiarmiatori di lungo corso.

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