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La Germania continua a dettar legge: nein Eurobond, nein super Bce. E la crisi va

La Germania non è disposta a fare passi indietro in questa delicata sfida tra il riassetto dell'Unione europea e il mantenimento dei rapporti di forza delle sovranità nazionali che ne fanno parte. Il vertice di venerdì – da cui è scaturito un nuovo Patto per l'Ue – indica senza dubbio che quello che oggi è considerato il Paese più forte ed economicamente più affidabile dell'area continua a dettare la propria linea.

Rigida sulla strada del "nein" agli Eurobond e del "nein" a una super Bce (con funzioni di Tesoreria – stampare moneta – al pari della Federal Reserve, della Banca del Giappone, della Banca di Inghilterra, della Banca centrale svizzera, ecc.). Questo atteggiamento è prevalso anche venerdì scorso quando i capi dei 27 Paesi dell'Unione europea si sono incontrati per concertare un nuovo assetto della governance europea.

Le note positive sono state:

– accordo di 26 Paesi su 27 su una politica fiscale più rigorosa che farà scattare delle sanzioni automatiche nel caso in cui gli stati non dovessero rispettare il vincolo del 3% sul deficit di bilancio;

– potenziamento del fondo salva Stati da 440 a 500 miliardi

Le note negative sono state:

– mancata unanimità nell'accordo. L'Inghilterra è stato l'unico Paese dei 27 a non approvare le novità. Non un'economia qualsiasi ma la quarta al mondo. Inoltre, in questo momento proprio per lo sganciamento dall'euro (l'Inghilterra è nell'Unione europea ma sin dall'inizio ha scelto di restar fuori dall'area euro e di continuare con la sterlina) il rendimento dei Gilt (i titoli di Stato britannici) è inferiore a quello dei Bund tedeschi;

– il fondo salva-Stati è stato potenziato di 60 miliardi di dollari a quota 500. Nettamente al di sotto rispetto agli auspici iniziali (1.000 o 2mila miliardi attraverso l'utilizzo di una leva finanziaria);

– l'Unione europea non avrà una super Bce (in grado di emettere moneta a differenza delle banche centrali dei Paesi big) nè gli Eurobond. Strumenti, questi ultimi, che piacciono tanto ai mercati perché offrono la prospettiva concreta di un riparo, di una fonte di ossigeno cui attingere in caso di bisogno. Se passasse uno di questi strumenti, in entrambi i casi la sovranità nazionale della Germania e il suo ruolo di leadership nell'Ue (che finora ha risparmiato almeno 20 miliardi di interessi non pagati da questa crisi per effetto della caduta libera dei rendimenti sui suoi titoli di Stato) sarebbero rosicchiate per effetto di una maggiore contribuzione della Germania agli aiuti dei Paesi più in difficoltà.

Ciò spiega la linea tedesca del "nein". Ma non spiega perché questa sia passata senza grossi scossioni venerdì scorso in occasione dell'approvazione del nuovo patto Ue in una fase così cruciale per il futuro dell'Eurozona e di tutti i cittadini membri in cui tutti stanno facendo – o dovranno fare nei prossimi mesi – passi indietro. Ne è un esempio l'austerity appena approvata in Italia – dove, al di là dell'impennata degli spread per effetto del contagio della Grecia - nell'ultimo anno non è accaduto, tutto sommato, nessun nuovo evento traumatico endogeno che giustificasse tre manovre scacciacrisi in quattro mesi. Perché, purtroppo, conviviamo da tempo con alto debito pubblico, bassa competitività e riforme strutturali inattuate.

– il no tedesco agli Eurobond o a una Bce più potente spiega anche perché Moody's oggi abbia dato una nuova stilettata ai mercati: «L'assenza di misure per stabilizzare i mercati nel breve termine significa che l'area euro rimane esposta a nuovi shock e la coesione resta sotto minaccia».

Passando al setaccio pro e contro dell'accordo di venerdì emerge la lampante assenza dell'idea di una regia corale per risolvere la crisi dei debito. La sensazione è che fino a che la Germania non faccia un passo indietro, il quadro è destinato a restare fosco. Con o senza euro.

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