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Borse, i gestori promuovono Wall Street e Turchia e bocciano il Brasile

Il 2010, per la parola deflazione, è stato probabilmente l'anno della (vana) gloria. Perché anche Stati Uniti ed Europa si sono aggiunti al Giappone (dove il fenomeno della caduta dei prezzi è quasi genetico) tra i paesi chiamati a fronteggiarne lo spettro (se cadono i prezzi i consumatori tendono a rimandare gli acquisti e quindi l'economia rischia di avvitarsi) attraverso interventi delle banche centrali (operazioni su titoli di Stato, etc.).

Nel 2011, qualcuno dice per fortuna, si torna a parlare della cara e vecchia inflazione. Un po' perché le politiche antideflazionistiche sono andate a bersaglio ma anche perché il clima (monsoni, gelate, secche) ha mandato gambe all'aria campi e coltivazioni in tutto il mondo, facendo balzare i prezzi delle materie prime agricole ed energetiche.

Tema, quello del ritorno dell'inflazione, che interessa da vicino anche gli investitori, soprattutto quelli che amano andare a pescare opportunità lontano dall'Europa negli Stati Uniti o fra quelli che 30 anni fa furono chiamati, per la prima volta, paesi emergenti. Oppure fra quei paesi (Brasile, India, Russia e Cina) che nove anni fa sono stati accorpati nell'acronimo Bric per distinguerne la marcia in più. Oppure fra quelli (Indonesia, Messico, Corea del Sud, Turchia) che offrono un contributo al Pil globale superiore all'1% (cadauno) e che ormai sono finiti sotto i riflettori dell'alta finanza globale. Senza dimenticare il Sudafrica, reduce dall'effetto mondiali di calcio e in piena regola per continuare a crescere.

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