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Arrivano i coco bond. Le banche puntano a raccogliere 1.000 miliardi (due terzi di Pil italiano) in 10 anni

Dal cilindro dei prodotti derivati spuntano i coco bond. Piacciono alle istituzioni europee e anche ad alcuni big del credito internazionale. Per questo motivo nei prossimi anni sul mercato obbligazionario i convertible contingent bond sono destinati a giocare un ruolo crescente. Lo dimostra il fatto che Credit Suisse ha annunciato sulle pagine del Financial Times che sarebbe pronta ad emettere fino 30 miliardi di dollari in coco bond. E, secondo una recente indagine di Standard and Poor's, nell'arco dei prossimi 10 anni le banche mondiali potrebbero emettere 1.000 miliardi di dollari in coco-bond per sostituire il debito esistente e rafforzare i capitali.

Che cosa sono i coco bond
Ma di cosa si tratta? I coco bond sono obbligazioni ibride bancarie, convertibili in azioni, che offrono rendimenti molto alti (anche oltre il 10%). Vengono convertite in azioni solo se il Tier 1 (un coefficiente che indica il livello di patrimonializzazione di un'azienda) della banca che li ha emessi scende sotto la soglia del 5 per cento. Ovvero, per le banche europee, se scendono sotto la soglia del 6% fissata dagli accordi di Basilea III (che obbligano gli istituti di credito a rafforzare i vincoli patrimoniali e ad adeguarvisi entro il 2019).

Quindi, se il quadro patrimoniale peggiora il rischio dell'investimento in coco bond aumenta perché l'obbligazione si trasforma in un'azione della stessa banca che ha emesso il bond. In questo caso l'investitore perde il diritto a riscuotere la cedola annua (tipico di un titolo obbligazionario) e diventa, difatti, socio dell'istituto di credito (attraverso le azioni). Come tale, avrà diritto alla distribuzione eventuale dei dividendi, fatta salva la possibilità di cedere le azioni sul mercato. Ciò detto, scattando la conversione in un caso di deterioramento del patrimonio della banca, è probabile che il valore dei titoli azionari possa scendere (e con esso il valore dell'investimento). Motivo per cui l'investimento in coco bond (come del resto in qualsiasi forma di obbligazione ibrida) è più rischioso rispetto all'acquisto di un bond non strutturato.

I coco bond piacciono ad Axel Weber
In pratica, con i coco bond se la banca va bene gli investitori vengono ricompensati con alti rendimenti. Se la banca entra in stato di crisi viene ricapitalizzata in automatico dalle nuove azioni, nate dalla conversione dei coco bond. Ecco perché questi strumenti piacciono ad Axel Weber, presidente della Bundesbank, membro del direttivo della Banca centrale europea, nonché fra i candidati alla presidenza della Bce nel 2011 (carica per cui è anche in lizza il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi) che ha più volte espresso il suo parere favorevole all'emissione di coco bond da parte delle banche.

Piacciono proprio perché la componente derivativa è agganciata ai vincoli di Basilea III. Pertanto, Secondo Weber sono un ottimo strumento per scongiurare il "too big to fail", il principio in base al quale le banche troppi grandi non potrebbero fallire perché creerebbero rischi sistemici ( principio che fino ad oggi ha prevalso ad eccezion di Lehman Brothers) . Secondo Weber continuare a far valere il principio "too big to fail" è molto rischioso perché può creare compiacenza fra i banchieri e, quindi, potenzialmente questioni di «moral hazard». A giudizio di Weber il problema sarebbe risolto proprio dai coco bond, che permettono di attuare un meccanismo di protezione tanto per gli istituti di credito (che si ricapitalizzano in automatico in caso di crisi), quanto per gli stati (che non sarebbero più costretti ad aiutare gli istituti in difficoltà sottraendo risorse al sistema economico).

Ovviamente, a pagarne le conseguenze sarebbero gli investitori istituzionali (quelli a cui finora i pochi titoli emessi sono rivolti) che però accettano il rischio più alto in cambio di un premio sul rendimento decisamente allettante.

I coco bond sul mercato
«Spero che nel prossimo anno potremo fare qualcosa» ha detto al Financial Times l'amministratore delegato di Credit Suisse, Brady Dougan, aggiungendo che, anche se c'é tempo fino al 2019 per essere in linea con le nuove norme sul capitale, Credit Suisse punta ad emettere fino a 30 miliardi di dollari in coco bond «per assicurare agli investitori e alle autorità che esiste una domanda di debito adeguata». La banca, afferma il giornale, potrebbe emettere fino a 30 miliardi di dollari di coco bonds nei prossimi anni per sostituire un portafoglio di titoli ibridi che non costituirà più capitale sotto le nuove norme di Basilea III. E non sarebbe il primo caso: a novembre dello scorso anno Lloyds banking group ha emesso coco bond per 11,6 miliardi di dollari proponendo un rendimento annuo dell'11 per cento.