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Ecco i mutui subprime 2.0 che fanno paura alle banche

Dopo l'ondata subprime, negli Stati Uniti, seppur in sordina, si sta gonfiando una nuova bolla. Ancora una volta tristemente protagonisti sono i mutui, in linea teorica uno dei prodotti finanziari più semplici. Questa volta si tratta di mutui fantasma (cartolarizzati e registrati secondo procedure poco trasparenti a tal punto che si fa fatica a risalire alla banca che ha concesso il prestito iniziale) e di pignoramenti eseguiti con procedure irregolari o autorizzati da funzionari stipendiati per firmare in automatico pratiche non controllate (negli Stati Uniti li chiamano robo-signers).

Se a questo poi si aggiunge una quota sospetta di derivati agganciati ai mutui venduti nella veste di obbligazioni senza informare correttamente gli investitori delle specificità finanziarie di questi prodotti, si capisce perché negli Stati Uniti potrebbe presto scoppiare un nuovo bubbone in salsa mutui. Senza dimenticare i mutui Arms (Adjustable rate mortgages), prestiti ipotecari concessi con un'opzione che consente di pagare rate molto basse nei primi anni e di caricare gli interessi nelle rate future.

Dei subprime 2.0 si vocifera da un po' ma il climax sul tema è cresciuto, con il moltiplicarsi di cause legali intentate contro le banche. L'ultima novità riguarda Citigroup che ha confermato che è stata citata in giudizio da numerosi invesitori, tra cui il noto broker finanziario Charles Schwab, che chiedono alla banca di riacquistare Rmbs (Residential mortgage-backed security), ovvero bond agganciati a prestiti ipotecari accusando l'istituto di averli collocati senza rispettare le regole di trasparenza sui contratti. La crociata avviata da Schwab non riguarda solo Citigroup, ma ben altri 10 istituti: Bnp Paribas, Bank of America, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Wells Fargo, Ubs, Hsbc, Royal Bank of Scotland e Morgan Stanley. In pratica tutti i big della finanza mondiale.

L'azione di Charles Schwab fa eco a quella avviata da un'altra cordata di investitori – guidata dai broker Pimco e Black Rock e dalla Federal Reserve di New York – che chiedono a Bank of America di riacquistare una buona parte dei 47 miliardi di dollari di Rmbs contestati. Ma i vertici dell'istituto hanno respinto ai mittenti le accuse dichiarando di non aver commesso irregolarità nel collocamento.

A questa causa si aggiunge quella portata avanti dal Maine State Retirement System. La scorsa settimana, però, a favore della banca la corte federale della California ha ristretto il cerchio dei prodotti contestati in questa causa specifica da un ammontare di 375 miliardi di dollari (secondo l'accusa) a 54 miliardi.

Si tratta di una parziale vittoria da parte di Bank of America in quella che, come indicato dall'amministratore delegato della banca Brian T. Moynihan, sarà un battaglia legale che «non si risolverà velocemente».

I mercati, però, non sono ottimisti e puntano su una nuova bolla dei mutui negli Stati Uniti. Gli analisti stimano che un'eventuale obbligo al riacquisto degli Rmbs collocati irregolarmente potrebbe costare decine di miliardi di dollari agli istituti di credito coinvolti. Non a caso Bank of America ha perso il 40% proprio valore di Borsa da aprile, quando è aleggiato per la prima volta il sospetto di irregolarità legate ai mutui. Tra gli altri istituti hanno perso terreno anche Jp Morgan (-13%) e Wells Fargo (-23%). Percentuali che incorporano lo scatto registrato dal settore bancario all'indomani dell'annuncio della Federal Reserve di pompare nuova liquidità sul sistema (600 miliardi di dollari attraverso l'acquisto di titoli di Stato) e le indiscrezioni sul fatto che la Federal Reserve possa allentare la morsa sui dividendi bancari (dopo aver spinto le banche dal 2007 a tagliarli), segnale che, secondo le autorità, gli istituti di credito sarebbero sufficientemente capitalizzati. Dimenticando, per qualche minuto, lo spettro dei subprime 2.0.