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Fondi a capitale protetto in rosso. Come mai?

La protezione del capitale è un
bisogno crescente tra i risparmiatori, soprattutto nei momenti di alta
volatilità dei mercati finanziari come quello attuale in cui l’incertezza
legata alla tenuta dell’economia greca e della moneta unica europea stanno facendo
ballare i mercati borsistico e valutario.

Tra gli strumenti offerti
dall’industria italiana del risparmio gestito vi sono prodotti che, certamente
più di altri, tengono al riparo i risparmiatori dalla burrasche finanziarie.
Tra questi rientrano i fondi a capitale protetto. Il nome, però, non deve
trarre in inganno. Come ben spiega la definizione data da Assogestioni,
l’Associazione italiana del risparmio gestito, questi fondi non sono del tutto
esenti da rischio. Si tratta di fondi “la cui politica di investimento ha come
obiettivo la protezione del valore dell’investimento perseguita attraverso
l’applicazione di tecniche quantitative di gestione degli investimenti e di
limitazione delle perdite; non viene fornita alcuna garanzia che il valore
dell’investimento non scenda al di sotto del livello di protezione”. Non vi è quindi alcuna garanzia di restituzione del capitale
ma solo l’attuazione da parte del gestore di tecniche volte a limitare il
rischio. 

Lo dimostra il fatto che da inizio anno dei 67 fondi a capitale
protetto distribuiti in Italia e censiti da Morningstar, società specializzata
nell’analisi dei fondi comuni di investimento, solo 21 sono in terreno positivo
(al primo posto c’è l’Ubs Kss Active Defense 5, le cui quote si sono apprezzate
del 14,59% beneficiando anche del rialzo del dollaro, valuta in cui il fondo è
denominato). I restanti 46 sono in rosso con ribassi superiori all’8%, come
quello accumulato dal Nomura global emerging market III 80%. Sono in rosso
perché non c’è un vincolo che impedisce ai gestori di acquistare anche quote di
azioni o di prodotti pesati in altre valute sbilanciando quindi l’investimento
anche sul doppio rischio azionario-cambio. Bisogna fare molta attenzione,
inoltre, anche all’elemento dei costi, sintetizzati nella voce Ter (Total
expense ratio), consultabile all’interno del foglio informativo sui prodotti
(asportabile gratuitamente dal potenziale cliente senza alcun obbligo
contrattuale annesso). Il Ter è un indicatore
efficace per conoscere i costi supportati dal fondo, esclusi, quindi quelli di
sottoscrizione e rimborso, che vengono pagati direttamente dal sottoscrittore
.
E varia da fondo a fondo. Si va dal 2,78% annuo del fondo Amundi Formula Euro
equity option Due 2013 allo 0,12% del fondo Amundi Eureka Ripresa Due 2014.

E poi ci sono i fondi a
capitale garantito, tra quei prodotti
orientati a offrire un ombrello che ripari il
capitale iniziale dalla insidie dei mercati. In questo caso, a differenza dei
fondi a capitale protetto, tutta o una parte del capitale è garantita, anche in
caso di svalutazioni delle quote del fondo. Un fondo a capitale garantito,
secondo la definizione di Assogestioni, “
garantisce ad ogni sottoscrittore, indipendentemente dai
risultati della gestione, la restituzione a certe scadenze di una determinata
percentuale delle somme versate”. Va peraltro precisato che la restituzione
avviene sul valore nominale (non si tiene quindi conto della svalutazione reale
determinata nel frattempo dall’eventuale inflazione maturata). Anche in questo
caso le caratteristiche possono cambiare nettamente da fondo a fondo. Ecco
perché, prima di sottoscriverne le quote, è importante leggere con attenzione
le specifiche contenute nel foglio informativo.