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Pensioni, quanto destinare alla scorta

Pensione

Andare in pensione non è come salire su una giostra e chiudere gli occhi. È opportuno pianificare con buon anticipo l'impatto che avrà la rendita conquistata dopo anni di contribuzione sul proprio tenore di vita. Soprattutto per la generazione nata a partire dagli anni 60, penalizzata dal sistema di calcolo contributivo. Ma non è l'unica fascia a doversi preoccupare: a rischio ci sono anche le partite Iva. Insomma, dati alla mano, per la stragrande maggioranza dei lavoratori l'unica possibilità per vivere una terza età senza scossoni reddituali è il ricorso alla pensione complementare (fondi negoziali, aperti o polizze individuali pensionistiche). Quanto conviene accantonare per dormire sonni tranquilli? 

La risposta la danno alcuni software – come quello elaborato da Epheso per Mefop e disponibile sul sito del Sole 24 ore - che consentono in pochi clic di calcolare il livello di pensione obbligatoria e complementare e il livello di contribuzione necessario per conseguire una rendita prefissata, da aggiungere al primo pilastro.

Oltre ai dati anagrafici, al tipo di contribuzione scelta (Tfr, soggettiva, datoriale), al profilo di rischio dell'individuo (peso di obbligazioni e azioni nell'investimento delle quote versate nel fondo) si possono inserire altre informazioni, fra cui l'opzione di reversibilità della rendita. Il software ipotizza un tasso reale di crescita del reddito annuo del 2%, pari all'inflazione attesa. A questi dati, potremmo aggiungere nei nostri esempi, semplificando, un valore atteso di rendimento del 3% annuo. Va poi precisato che nel caso di dipendenti che non intendono usare il Tfr e dei parasubordinati/autonomi sarà necessario determinare la modalità di adeguamento soggettivo negli anni.

Partiamo da un 35enne impiegato che ha un reddito annuo lordo di 19.500 euro e un'anzianità contributiva di 7 anni. Nel 2039 – quando andrà in pensione – incasserà un assegno pensionistico pari al 51,7% dell'ultimo stipendio. Se a partire dal prossimo 1° aprile decidesse di costruirsi un secondo pilastro potrebbe aggiungere una rendita netta annua di 3mila euro reali (depurati per l'inflazione) al montante previdenziale versando un contributo soggettivo iniziale mensile di 163 euro netti. Con 40 euro in più al mese incrementerebbe la rendita a 3.500 euro. Con 232 la porterebbe a 4mila euro, con 290 a 5mila incrementando di 20,8 punti percentuali il tasso di sostituzione netto e portando quello complessivo oltre il 70%. Se a questo risultato volesse mirare utilizzando il Tfr (6,91% della retribuzione lorda annua), pur ipotizzando un contributo datoriale dell'1%, dovrebbe aggiungere altri 76 euro netti al mese.

La pensione di scorta è indispensabile anche per le partite Iva. Un artigiano di 50 anni, con un reddito lordo annuo di 30mila euro, andrebbe in pensione nel 2025. In questo caso si applicherebbe il calcolo misto (retributivo/ contributivo): il tasso di sostituzione netto risultante è del 43,5%. Per aumentare la rendita annua reale di 5mila euro dovrebbe versare un contributo soggettivo di 411 euro netti al mese. Un commerciante di 40 anni con un reddito lordo annuo di 50mila euro andrebbe in pensione nel 2035 a con un tasso di sostituzione del 32,8%. Per incrementare la rendita di 5mila euro reali (8.230 correnti) all'anno dovrebbe versare 203 euro netti iniziali al mese. In quest'ultimo caso aggiungerebbe 8,56 punti percentuali al tasso di sostituzione derivante dalla pensione obbligatoria. Non molto, ma pur sempre un pizzico di serenità in più.