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Perché si rischia una seconda bolla (a W)

“Il rischio di una crisi a W è possibile”. A paventare
questa possibilità è stato, una settimana fa,
 il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, secondo cui per evitarlo “non devono essere
interrotte tropp
o presto le politiche anticrisi,
di stimolo all'economia”.

A ciò si aggiunge che nelle stanze dei mercati finanziari aleggia il rumor di
una nuova scossa di terremoto, la seconda in due anni dopo quella
dei derivati sui mutui subprime.

Come mai? Ci sono almeno tre
ragioni per vestire i panni di Cassandra.

1)      La
crisi scoppiata nell’agosto del 2007 – ma che ha avuto l’epicentro nel
settembre del 2008 con il fallimento di Lehman Brothers – è stata causata da uno sconsiderato impacchettamento degli strumenti derivati in stile
matrioska. Ebbene, a quanto pare, la lezione non è servita. Il
mercato dei derivati – scambiati nei circuiti over-the-counter  (quindi non regolamentati) – va a gonfie vele.
Dalle ultime indicazioni
dell'International
swaps and derivates association si evince che se nel secondo semestre del 2009
il valore nominale dei derivati dovesse mantenere il trend della prima parte
dell’anno (445mila miliardi di dollari) si superebbe la soglia raggiunta del
2007 (857mila miliardi) e ci si avvicinerebbe al record del 2008 (981mila
miliardi). 

2)      Le banche stanno riportando bilanci
positivi e utili in crescita. Ma le imprese che chiudono – a causa della
chiusura del credito – sono in preoccupante aumento. Come si spiega tutto ciò?
Semplice: gli istituti di credito non stanno dando il loro contributo per
curare l’economia ma preferiscono fare i soldi da attività “non core”, in
particolare dalle operazioni di trading (che diventano tanto più remunerative
quanto più è sofisticato il sistema algoritmico su cui si basano). Allo stesso
tempo nei bilanci delle banche sono stati attualmente “congelati” i titoli
tossici nella speranza che acquistino valore in futuro. Quindi i numeri
pubblicati potrebbero essere in parte anche “viziati”.

3)      Allo stesso tempo per evitare il collasso delle
banche, molti Stati hanno aumentato esponenzialmente la leva del debito
pubblico. Per restare in Europa, si stima che in tre anni tutti gli Stati più
sviluppati avranno un rapporto debito pubblico/pil superiore al 120%.

4)     Questo dato si collega al preoccupante
nuovo rincaro del prezzo del petrolio (che viaggia intorno agli 80 dollari al barile) che potrebbe far balzare l’inflazione al
2-2,5%  nel 2010. A quel punto per le
banche centrali si porrebbe un dilemma. Alzare i tassi (contenendo le spinte
inflazionistiche ma facendo impennare gli interessi da pagare sull’imponente
debito) oppure rinunciare al comportamento di rigore
sul fronte inflazionistico (che è il primo obiettivo statutario per gli
istituti di credito all’ingrosso) dando una spallata alla ripresa economica in
atto (
proprio oggi l’Ocse ha rilasciato dati confortanti che riguardano l’economia
reale e quella italiana
)?