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Borsa, tra algoritmi e insider trading

Un
tempo era necessario urlare più forte per vincere la concorrenza in Borsa.
Negli anni ’70, invece, a fare la differenza era un colpo di telefono più
lesto. Dopodiché, da quando negli anni ’80 l’elettronica ha debuttato sui
mercati finanziari, la palla è passata all’informatica e alla matematica. Sono
stati degli algoritmi, infatti, a mandare gambe all’aria la Borsa americana nel 1987,
quando il 19 ottobre l’indice perse in una sola seduta il 20,39 per cento. Da
allora il peso della matematica negli scambi finanziari ha avuto un ruolo
crescente ma, tutto sommato, la convivenza tra uomo e macchina è stata pacifica
. Di recente, invece, questo sottile equilibrio si è spezzato. Perché negli
ultimi mesi è scoppiata in Borsa una guerra fra algoritmi, a cui l’uomo non
prende parte per manifesta inferiorità.
Una guerra che ha portato i volumi degli scambi a Wall Street a raddoppiare dal
2006 ad oggi. E che ha portato gli operatori che attuano tecniche di
investimento basate sull’high frequency trading (hft) – negoziazione di titoli
ad altissima velocità attraverso algoritmi che compiono operazioni in millesimi
di secondo – a dominare il mercato.  Questi operatori rappresentano il 2%
delle 20mila società di trading che operano negli Usa  ma pesano per il
73% del totale degli scambia. I primi 15, secondo i dati del Nyse (il New York
Stock Exchange) concentrano il 48,6% del totale degli scambi. Nel 2008 il giro
d’affari generato dall’hft è stato di 21,8 miliardi di dollari (fonte Tabb
group). Di questi – indicano le stime di un gruppo di analisti riportate dal
blog finanziario Zerohedge – una buona parte (4 miliardi) è appannaggio di
Goldman Sachs che è oggi il numero uno nelle contrattazioni hft al Nyse
controllando un terzo dei contratti. Non a caso, la banca guidata da Lloyd
Blankfein – il cui software hft è basato su un linguaggio proprietario
(denominato Slang) – ha riportato utili record nel secondo trimestre 2009 (3,4
miliardi) ammettendo il forte peso dei ricavi generati dagli algoritmi fatti in
casa. Però, c’è un punto che non convince e che è emerso all’indomani del furto
del codice utilizzato da Goldman Sachs da parte di un ex dipendente, il russo
Sergey Aleynikov (episodio reso noto a giugno ma avvenuto in primavera). Dopo
l’arresto del programmatore, il procuratore generale Joseph Facciponti ha
spiegato che questo software, nelle mani sbagliate, può causare una
manipolazione del mercato. Ma chi dice, argomentano gli scettici, che le mani
di Goldman siano quelle giuste? La banca – così come la maggior parte dei fondi
hedge che utilizza questi algoritmi – non è convinta di praticare un
comportamento sleale nei confronti del mercato. Dove sta la verità?
 

“L’high frequency trading di per sé, come modello, usato con le dovute
cautele non minaccia l’integrità dei mercati e anzi può favorirne la liquidità
– spiega Lukas Plattner, avvocato, esperto di diritto dei mercati finanziari
dello studio legale NCTM -. Il problema riguarda i flash orders, operazioni ad
alta velocità consentite oggi solo da quattro piattaforme elettroniche negli
Stati Uniti (Cboe, Nasdaq, BATS, Direct Hedge, ndr) che permettono di conoscere
in anticipo (un vantaggio di trenta millesimi di secondo, ndr) il prezzo di un
ordine prima che questo diventi pubblico. In pratica l’algoritmo intercetta e può
evadere l’ordine prima che vada sul mercato”. E’ quindi insider trading? “No,
perché pagando una commissione, tutti gli operatori possono in teoria accedere
a questo servizio privilegiato. Tuttavia i flash orders sollevano un problema
di best execution e di parità di trattamento dei partecipanti del mercato: non
è possibile che ci siano due livelli informativi”. Non a caso il 24 luglio il
senatore Usa Charles Schumer ha inviato una lettera alla Sec per chiedere che
siano aboliti i flash orders. Nell’attesa di sviluppi è lecito chiedersi se,
nella globalizzazione dei mercati, questa dinamica può impattare anche a Piazza
Affari.
“Sui mercati di Borsa italiana non ci sono funzionalità di flash trading
o simili che possono avvantaggiare solo alcuni operatori – sottolinea Raffaele
Jerusalmi, Director dell'area capital markets del London stock exchange group
-. Stimiamo che le operazioni dei hft direttamente identificabili pesino per
circa il 7-8% degli scambi. Gli high frequency trader pur ricomprendendo strategie
di trading molto diverse tra loro, contribuiscono in generale in modo positivo
alla liquidita' del mercato. Va analizzata con più' attenzione l'attivita' di
quei soggetti la cui strategia punta esclusivamente su vantaggi di natura
tecnologica. L'elevato grado di sofisticazione raggiunto dalle piattaforme di
trading potrebbe portare i regolatori ad applicare limitazioni di natura
tecnologica per creare un level playing field , come accade ad esempio nel
circuito di formula uno."
La turbofinanza, però, non piace tanto ai traders: I piccoli traders
possono trovarsi in grosse difficoltà, perché è difficile capire le intenzioni
di queste “macchinette”, che cambiano continuamente direzione
spiega Davide
Biocchi, vincitore del campionato Top trader 2007 -. Inoltre i book sono ormai
diventati fuorvianti, perché pieni di ordini civetta, al limite del market
abuse, che gonfiano le proposte e poi spariscono con estrema rapidità. Negli
ultimi mesi è in corso una mini-rivoluzione: il trader di giornata non deve più
tentare di interpretare il mercato ma deve capire quale è l’algoritmo
dominante. Chi non si adegua a questo cambiamento, salta”.

  • iLoveTrading |

    Chi scopre qual’è l’algoritmo domina praticamente il mercato.

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