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Borse, sei mesi da dimenticare

Sei mesi da dimenticare. Il bilancio di Piazza Affari nella prima metà del 2008 è negativo, con l’indice generale che ha perso il 22,48 per cento. I titoli quotati sul listino milanese hanno fatto peggio delle vicine Borse europee che, a loro volta, non sfoggiano dati incoraggianti. Parigi, Francoforte e Madrid sono allineate, infatti, con un ribasso tra il 18 e il 20% da inizio anno. Meno pesante il passivo di Londra (-12%). Oltreoceano, il rosso archiviato da Wall Street negli ultimi due trimestri ammonta al 10%, pari a quanto ha perso l’indice Nikkey dei titoli guida scambiati a Tokyo. A conti fatti, quindi, solo Shanghai (-48%) ha fatto peggio di Milano considerando i principali mercati mondiali.

In controtendenza. L’ondata di ribassi non ha, però, colpito tutti. Certo, si tratta si uno sparuto gruppo di società (28) rispetto al paniere di 291 azioni quotate. Tra queste, la migliore performance è stata messa a segno da Bastogi (+209%). Il rialzo registrato nelle ultime tre settimane, è frutto dell’operazione, efficace dal 2 giugno, con cui la società immobiliare della famiglia Cabassi ha conferito alla controllata Brioschi parte del patrimonio real estate in cambio di due azioni di nuova emissione Brioschi ogni tre Bastogi. Non c’è nessuna operazione straordinaria, invece, che spiega il +73% accumulato da Landi Renzo. La specializzata in sistemi di alimentazione gpl e metano per auto ha beneficiato del balzo del prezzo del petrolio e del conseguente aumento della domanda di auto alimentate da impianti alternativi a quelli a benzina. Secondo gli analisti di Mediobanca il titolo quota a sconto rispetto al suo concorrente principale, Fuel system solutions. Gli stessi hanno alzato ieri il prezzo obiettivo a 4,2 euro (oggi quota a 3,94 euro). La corsa dei valori del greggio ha trascinato anche le quotazioni di Tenaris (+43%), produttore di tubi per l’esplorazione di petrolio e gas. La prima metà del 2008 è stata favorevole anche alle società sportive della Capitale (A.s. Roma +39%, Lazio +34%) e a Fiera Milano (+35%). Quest’ultima è stata sostenuta dall’assegnazione dell’Expo 2015 al capoluogo lombardo.

Le peggiori. Gli exploit si discostano decisamente dal tonfo del 78% accusato da Cell therapeutics, Aedes, Risanamento e dal -72% di Seat pagine gialle, i peggiori del listino. La discesa della società biofarmaceutica prosegue ininterrota dal 2006, da quando una azione valeva 7 euro (adesso scambia a 0,3). Aedes e Risanamento, invece, hanno risentito della crisi del mercato immobiliare, mentre sul cattivo andamento di Seat pesano, a detta degli analisti, il forte indebitamento e il previsto calo degli investimenti in pubblicità.

I big. Il primo semestre di Piazza Affari non ha risparmiato neppure i titoli a maggiore capitalizzazione. Il calo maggiore è di Banca Mps (-41%), seguito da Telecom Italia e Fiat (-39%). Male anche Intesa Sanpaolo (-33%) e Luxottica (-30%). Tra le prime 20 per valore di Borsa viaggiano in positivo solo Saipem (4,96%) e Terna (+1,6%).

Le migliori

Società

Var. % da inizio anno

Var. % 1 anno

Bastogi

209,15

281,43

Landi Renzo

72,79

-9%

Tenaris

43,26

22,48

A.s. Roma

39,67

47,22

Fiera Milano

35,19

-20,87

Trevi finanziaria

34,79

27,09

S.s. Lazio

34,04

0,53

Banca pop. Intra

30,20

20,01

Maire tecnimont

28,46

n.d.

Immobiliare lom.

26,37

-29,82

Cremonini

21,42

17,79

Erg

19,00

-23,91

Ducati motor h.

12,41

-5,79

Boero Bartolom.

11,33

22,32

Tiscali

10,96

-4,05

Danieli

9,08

9,74

Marazzi

7,90

-36,82

Actelios

6,52

-23,83

Lavorwash

5,80

-26,19

Saipem

4,96

17,14

Fonte: Ufficio studi Il Sole 24 Ore

Le peggiori

Società

Var. % da inizio anno

Var. % 1 anno

Cell Therapeutics

-77,78

-86,66

Aedes

-77,29

-85,16

Risanamento

-75,30

-82,50

Seat pag. gialle

-72,94

-83,33

Aicon

-68,80

-84,92

Eutelia

-65,65

-80,20

Omnia network

-64,88

-83,25

Seat p.g. risp.

-61,93

-76,36

It holding

-60,62

-77,44

Eurofly

-58,13

-69,57

Ciccolella

-57,50

-76,74

Fullsix

-57,30

-67,81

Telecom I. media

-56,90

-63,05

Bialetti

-56,80

n.d.

Telecom It. m. r.

-54,87

-62,26

Arena

-53,62

-72,63

Retelit

-52,87

-69,52

Geox

-52,67

-53,26

Poligrafici edit

-51,66

-62,69

Amplifon

-51,66

-72,63

Come sono andate le big

Società

Var. % da inizio anno

Var. % 1 anno

Banca Mps

-41,13

-57,01

Telecom Italia

-39,81

-38,00

Fiat

-39,75

-50,85

Intesa Sanpaolo

-33,59

-35,34

Luxottica

-30,36

-46,65

Finmeccanica

-28,78

-31,76

A2A

-28,71

-19,24

UniCredit

-28,65

-39,89

Edison

-27,86

-33,06

Banco popolare

-25,53

-46,97

Enel

-24,46

-22,91

Mediobanca

-23,73

-36,33

Ubi banca

-20,84

-24,01

Generali

-20,74

-19,07

Alleanza

-20,30

-28,14

Atlantia

-17,59

-13,31

Eni

-5,47

-10,78

Snam rete gas

-1,76

-2,32

Terna

1,60

9,11

Saipem

4,96

17,14

  • Francesco F. |

    Ciao vito ti ricordi un mio post di qualche tempo fa’ che ti dicevo che l’economia usa si sarebbe ripresa solo con una cura di dollaro basso e petrolio a basso costo?il primo ingrediente l’abbiamo e continueremo ad averlo il secondo sta per arrivare!!!!!speriamo che in nosto mercato rionale si riprenda di conseguenza ,ti posto un interessante articolo preso da wallstreetitalia
    IL RITORNO DELLE 7 SORELLE SPIEGA LA GUERRA DI BUSH
    di Mimmo Candito
    Un contratto di favore all’ombra del Presidente conferma i veri interessi di Bush/Cheney, legati da sempre al petrolio. Altro che “esportare la democrazia” in Iraq.
    Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.
    (WSI) – Gli americani la chiamano “the smokin’ gun”, la pistola fumante, per dire: ecco qui la prova inequivocabile, quella che inchioda il colpevole al di là di qualsiasi possibile dubbio. La pistola fumante che inchioda Bush e Cheney alle loro colpe sulla guerra lanciata 5 anni fa la si potrà trovare lunedì prossimo sulla scrivania del Ministro iracheno del petrolio quando, schierate di fronte a lui, siederanno con la penna già in mano le “sette sorelle”, o comunque quanto resta di loro dopo le fusioni, pronte a firmare il contratto che gli concede di tornare a metter le mani sul petrolio della Mesopotamia.
    Le aveva rimandate a casa più di trent’anni fa Saddam Hussein, con un decreto di nazionalizzazione degli idrocarburi; ma ora che Saddam è stato messo a tacere, le majors possono godersi il miele della vendetta e rientrare in pompa magna a farsi i loro affari.
    Questa è la notizia che circola in molti blog americani negli ultimi giorni, a dire qual è l’umore sprezzante che sempre più viene rivolto al Presidente e alla sua politica irachena, con lo stillicidio quotidiano dei 4 mila morti interrati nella coscienza della nazione. Cadute le facili illusioni dei primi giorni di quel 2003, nell’opinione pubblica ha finito per acquistare sempre maggiore credibilità l’ipotesi che la vera ragione di questa guerra fosse il petrolio, altro che “la democrazia da esportare”.
    E l’Iraq, di petrolio ne ha davvero un mare. Le sue riserve conosciute sono di 115 miliardi di barili (più i 45 miliardi di metri cubi di gas), che è una cifra che lo mette al terzo posto della classifica mondiale; ma nelle settimane che precedettero il lancio della guerra l’Energy Information Agency del governo americano dava una stima assai più elevata, di 332 miliardi di barili, valutando che nella pancia del deserto occidentale ci siano riserve preziosissime, che porteranno l’Iraq al primo posto dei paesi produttori, sopravanzando di 70 miliardi di barili perfino l’Arabia Saudita, oggi il più ricco di pozzi e di petrodollari.
    A confortare il giudizio amaro sui reali interessi di Bush e di Cheney – legati da sempre al mondo petrolifero, che gli finanziò la campagna elettorale dopo averli avuti anche come qualificati membri dei consigli di amministrazione – è la specifica che accompagna i contratti da firmare lunedì: contrariamente a quanto si pratica in questo comparto industriale, gli accodi sono stati raggiunti a trattativa privata, senza alcun bando pubblico, che è come dire che la Exxon Mobil, la Shell, la Total e la Bp (che facevano parte di quell’Iraq Petroleum Company che gestiva i ricchi affari iracheni prima di Saddam), più la Chevron –Amoco potranno spartirsi l’oro nero iracheno indisturbate, senza concorrente alcuno.
    L’Iraq, che oggi produce 2 milioni e mezzo di barili al giorno (ma, con investimenti adeguati e un incisivo rinnovamento tecnologico, frenato a lungo dall’embargo contro Saddam, potrebbe arrivare fino a 6 milioni), conta di avere dai nuovi soci una immediata capacità di portare la produzione a 3, 1 milioni già entro l’anno; e giustifica il contratto “di favore” con due spiegazioni: l’alto know-how delle majors, che potranno aiutare l’industria irachena a migliorarsi decisamente, e poi la durata del contratto limitata a 2 anni. “Poi si ridiscuterà”.
    Certo, ogni illusione è lecita, poi. Il “Columbia Journalism Review”, pubblicando recentemente in un numero speciale i più importanti reportage sulla guerra, stampava anche quanto aveva detto ai suoi ascoltatori l’inviata della National Public Radio, Anne Garrett: “Gli iracheni, al nostro arrivo, erano scioccati per il fatto che i soldati americani non facessero niente contro le violenze e i saccheggi, e ricorderà per sempre che praticamente l’unico edificio a essere protetto era il ministero del Petrolio; questo ricordava a tanti il motivo per il quale gli Stati Uniti si trovavano là”.

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