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Borse, l’incognita Tokyo

Bankofjapan
Nell’ultimo mese il Nikkei 225, l’indice dei titoli guida della Borsa giapponese, ha guadagnato il 10 per cento. Bene è andato anche l’Msci Japan, il paniere costituito da circa 250 titoli del mercato azionario del Sol Levante: nonostante il deprezzamento dello yen sulla valuta continentale il rendimento in euro di questo paniere è stato, infatti, positivo (+5,8%).
Lo scatto messo a segno negli ultimi 30 giorni, tuttavia, non sembra avere, a detta degli esperti, molta forza per proseguire. Sui mercati azionari pesa, in particolare, il contrastato quadro macroeconomico. Incertezze rafforzate dai dati rilasciati questa mattina dalla BoJ, Banca centrale del Giappone (nella foto a sinistra la sede a Tokyo vista dal satellite di Google), che ha rivisto al ribasso le stime di crescita del Paese nel 2008, tagliandole intorno all’1,5% rispetto al 2,1% ipotizzato a ottobre. Il nuovo governatore dell’istituto, Masataka Shirakawa, (in carica dal 9 aprile) ha, inoltre, indicato stime in rialzo per l’inflazione, all’1,1% quest’anno e all’1% nel prossimo (contro lo 0,3% del 2007). Motivi per cui il consiglio della BoJ ha deciso all’unanimità di mantenere invariato il tasso di riferimento allo 0,5%, il più basso all’interno del mondo industrializzato.
Il quadro macro influenza anche il giudizio di un panel di gestori interpellati da Morningstar secondo cui «il listino nipponico è molto sensibile ai dati sull’economia americana, essendo il principale mercato di sbocco delle merci nipponiche. Le preoccupazioni per la recessione negli Stati Uniti si sommano ai problemi cronici interni, alla forza dello yen e agli elevati prezzi delle materie prime». Ragioni per cui «l’area rimane interessante in un’ottica di medio-lungo periodo ma non di breve».
«L’economia nipponica non vive uno slancio particolare – spiega Giovanna Mossetti del servizio studi di Intesa Sanpaolo -. Di positivo c’è la crescente apertura alle economie asiatiche che rilancia i consumi e gli investimenti. Non vanno dimenticati, però, la dipendenza dall’economia Usa, in forte rallentamento, e i timori che nei prossimi mesi i salari crescereanno meno dell’inflazione, causando una perdita del potere d’acquisto delle famiglie».

Radiocor24 minuti

  • Francesco F. |

    Vito hai ragione pero’ la situazione secondo me è destinata a cambiare basta un po’ di pubblicita’ di qualche guru e l’effetto gregge istituzionale è garantita leggi qst intervista a warren buffet subito dopo le eleioni di aprile!
    L’Italia rientra nell’orbita di Berkshire Hathaway». Warren Buffett ribadisce il suo interesse per l’imprenditoria «made in Italy». Con la tradizionale calma e l’immancabile lattina di Coca-Cola tra le mani, l’Oracolo di Omaha spiega che gli ultimi eventi politici italiani «non cambiano il nostro interesse per il Paese, dove nel corso del prossimo tour europeo incontreremo alcuni imprenditori».
    Mr. Buffett, i recenti sviluppi nella politica italiana hanno cambiato i suoi progetti?
    «Assolutamente no. Del resto noi non permettiamo neanche alla politica americana di interferire nelle strategie o nelle scelte aziendali».
    Quindi conferma il suo interesse per l’Italia?
    «Sarò in Europa per una visita di quattro giorni e visiterò l’Italia. Il mio amico Angelo Moratti ha organizzato a Milano una serie di incontri con uomini d’affari per valutare ipotesi di accordo e investimento».
    Ha già un’idea in mente?
    «No, nulla di preciso. L’obiettivo è procedere a un’acquisizione che vada incontro ai nostri standard. Certo è difficile convincere un imprenditore a cedere l’attività quando le cose vanno bene. Quando hai un buon business, la cosa migliore è non vendere, ma nel caso ne avessero l’intenzione vorrei che considerassero Berkshire».
    Il modello di riferimento è la proprietà familiare?
    «A volte questo tipo di aziende possono avere difficoltà nella gestione per questioni interne: divergenze o differenti vedute della proprietà. Del resto Berkshire incoraggia la rivalità e la competizione tra fratelli, più ce n’è, meglio è».
    Cosa intende?
    «È un modo ironico per dire che si tratta di uno stimolo alla crescita e a migliorarsi. Del resto se tutte le famiglie fossero state felici Berkshire sarebbe ancora una piccola società».
    Il Mezzogiorno italiano è un’opzione nei piani del gruppo?
    «Noi guardiamo tutta l’Italia, il nord, il sud, l’est e l’ovest. Ci piace la cultura e il calore delle persone che si riflettono nel lavoro e nella professionalità».
    Quest’anno all’assemblea c’erano anche molti italiani. Perché tanto successo?
    «Perché si divertono, si sentono parte dell’organizzazione. Nel nostro gruppo non esistono solo standard economici, noi siamo organizzati come un’azienda ma da un punto di vista delle relazioni con gli investitori ci sentiamo una partnership, i nostri azionisti sono nostri partner. Siamo fieri delle aziende che abbiamo acquistato e dei loro prodotti, e vogliamo che i nostri partner si sentano fieri allo stesso modo».
    C’è tempo per divertirsi quindi oltre lavorare?
    «Certo: con Charlie (Munger, il suo vice) ci si prende in giro, si scherza, e si lavora in serenità. Capita di avere divergenze ma dal 1959 ad oggi non abbiamo mai litigato, e poi ci conosciamo da una vita: abitavamo a un isolato di distanza da ragazzi. Mi ha insegnato a capire il valore di un’attività e a comprendere le persone,e con lui ho imparato a comprare aziende solide anziché essere tentato dai mozziconi di sigaro».
    Come le è cambiata la vita da quando è l’uomo più ricco del mondo?
    «Charlie non mi rispetta più».
    Quindi le cose vanno peggio?
    «Scherzo. Nulla è cambiato, per me non significa niente, ritengo si dia troppa importanza a queste cose, e personalmente sono felice quando Berkshire va bene e non quando sono al primo posto nella Forbes 400».
    Che importanza ha per l’oracolo di Omaha la sua città?
    «Grande, sono nato e cresciuto qui e nonostante tutti gli impegni ci trascorro l’80% del mio tempo, mi piace e c’è un aspetto da non sottovalutare, la tranquillità ti rende più efficiente sul lavoro
    Ciao Francesco

  • Vito Lops |

    Il tema è senz’altro interessante.
    Basta pensare che gli scambi quoditiani su una big Usa sono superiori a quelli di tutti i titoli quotati a Piazza Affari.
    Il problema di fondo è che gli investitori istituzionali sono poco attratti dal nostro mercato.

  • Francesco F. |

    Vito mi riferisco a tutte e due le cose

  • Vito Lops |

    Grazie per lo spunto Francesco.
    Il dibattito, difatti, lo hai aperto tu con il post.
    Quando scrivi di “anemico mercato rionale”, ti riferisce alla capitalizzazione media delle società quotate e al sottopeso di molti settori rispetto al bancario e all’energetico?

  • Francesco F. |

    Vito potresti aprire un bel sul nostro anemico mercato rionale che è il peggiore dell’occidente,e l’unica giustificazione che sento dire e che le banche pesano troppo,ma soprattutto quanto è importante un borsa energica per lo sviluppo dell’italia
    Ciao Francesco

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