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Il Bric si sbriciola?

Briccade
Il Bric, l’acronimo coniato nel 2002 da Goldman Sachs per indicare i Paesi emergenti a più alto tasso di crescita (Brasile, Russia, India e Cina), comincia a dare, dal punto di vista finanziario, qualche segnale di resa.

Gli indici azionari dei quattro mercati Bric  avanzano, infatti,  con il fiatone. Dopo aver fatto la parte del leone negli ultimi anni facendo sorridere molti risparmiatori, da inizio gennaio sono tutti in rosso. Come si evince da questa tabella.

Paese Indice Borsa Var. % 2005-2007 Var. % da inizio anno
Brasile Bovespa + 148 – 4,9
Russia Rts + 272 – 10
India Sensex + 207 – 28
Cina Shanghai composite + 180 – 17

Di conseguenza, sono in passivo anche gli etf e i fondi attivi che puntano su queste aree.

Il sospetto  è che questi prodotti siano nati per cavalcare una moda e non siano quindi, come accade per gli altri fondi comuni, orientati (e pronti) a fronteggiare orizzonti temporali medio lunghi. Di conseguenza si teme ora che alcuni di essi, se non supereranno il test attuale dovuto all’inversione del ciclo di mercato, potranno essere costretti a chiudere i battenti. E sarebbe la stessa sorte toccata, sette anni fa, a molti fondi nati per cavalcare l’onda dei titoli della new economy. E poi scomparsi.

  • Francesco F. |

    Infatti Vito Birmania,tibet ,l’assalto ai forni in egitto(leggi oggi sole24ore pag 10) hanno come unico denominatore l’inflazione e poi senti cosa ha detto qualche giorno fa Eisuke Sakakibara vice-ministro delle Finanze giapponese con delega agli affari internazionali,” Il rafforzamento della divisa nipponica continuerà e presto verrà infranta la soglia psicologica dei 100 yen, fino a raggiungere quota 80 nel giro di uno o due anni e sono convinto che gli Usa saranno in recessione entro il primo semestre, e che la “bolla” economica cinese esploderà”. Questo conferma il mio scenario che ti ho esposto nei precedenti post,dollaro sempre debole,petrolio e materie prime in caduta libera e deficit gemelli usa in forte miglioramento,con una nuova ondata tecnologica,(in california si stanno spremendo al massimo per lo sviluppo di energia rinnovabile).
    L’europa potra’ farcela a superare il momento difficile e questo la Bce lo sa’,ma quello che mi preoccupa è attualmente l’italia che continua ad esserne il ventre molle specie il mezzogiorno!!!
    Ciao Francesco
    Ciao a presto

  • Vito Lops |

    Ciao Francesco, lo spunto che segnali è di rilievo.
    Va detto, anche, che la situazione americana
    – inflazione 4,6% gennaio
    – tassi di interesse al 3% (fed funds), 3,25% (tasso di sconto)
    – dollaro in caduta libera
    – recessione tecnina in vista
    può lasciare adito al sospetto che uno dei modi per sbrogliare questa matassa, sia quello di farla ricadere altrove. Un effetto contagio prefigurato oggi stesso dal direttore generale del Fondo monetario internazionale, Strauss Kahn.

  • Francesco F. |

    Caro Vito,la magica inflazione o agflazione come la vogliamo chiamare voluta dagli Usa per azzopare i pvs sta colpendo e con essa si sgonfiera la bolla di prodotti finanziari collegati, leggiti questo interessante articolo uscito sul foglio il 2 novembre 2007
    Foglio, 2 novembre 2007
    Il dollaro basso e democratico
    Iran, Cina e Russia alle prese con il volto libertario
    dell’inflazione
    A Teheran sta per finire la benzina. Mosca preoccupata per il
    caroprezzi. Pechino vieta perfino la parola. Scioperi al Cairo
    Roma. Da Pechino a Mosca, da Teheran, al Cairo fino a Caracas, c’è
    una parola che fa tremare le gambe soltanto a sussurrarla:
    inflazione. Non c’è detonatore delle rivolte sociali più violento
    dell’aumento dei prezzi, basti pensare alle origini della
    Rivoluzione francese. I governi lo sanno e così c’è chi bandisce la
    parola dal vocabolario, come fa la Cina, o chi promette in massimo
    tre anni il ritorno a livelli di inflazione accettabili, come fa il
    ministro dell’Economia russo, in piena campagna elettorale. “Il
    liberismo monetario sta al mercato come la libertà di parola sta
    alla democrazia – spiega Anthony Kim, che ogni anno redige l’Index
    of economic freedom dell’Heritage Foundation – Senza queste libertà
    non è possibile mantenere stabile una società: l’inflazione e il
    controllo dei prezzi distorcono il mercato, confiscando benessere,
    allocando in modo sbagliato le risorse, alzando i costi di
    produzione”. La conseguenza può essere la rivolta. “L’Unione
    Sovietica collassò quando il governo violò il suo contratto sociale
    con i cittadini – insiste Harvey Feldman, sinologo dell’Heritage
    Foundation – Il patto recita: voi fate quello che dico io e io vi
    miglioro la vita. Se i prezzi aumentano e non si trovano più i beni
    primari, il governo perde in legittimità e si scatena instabilità
    sociale”.
    Oggi in Cina le pompe di benzina sono vuote, al punto che le merci
    ci mettono sette giorni invece di tre per andare da Canton a
    Pechino. A Shanghai il razionamento è reale, alcuni distributori
    riempiono soltanto un quarto del serbatoio. Così il governo ha
    deciso di aumentare il prezzo della benzina del 10 per cento per la
    prima volta dal maggio 2006, nonostante la promessa di congelare i
    prezzi controllati dallo stato prima della fine dell’anno:
    l’inflazione nell’ultimo trimestre è arrivata al 6,5 per cento, pure
    se è stato vietato ai funzionari cinesi di nominare la questione. In
    Russia, l’82 per cento dei cittadini ha la percezione che i prezzi
    al supermercato siano raddoppiati nell’ultimo anno: da settembre
    latte, latticini e olio di girasole sono cresciuti del 20 per cento.
    Non c’è sondaggio che non rilevi che la più grande paura dei russi,
    eletti ed elettori, è l’aumento dei prezzi: ora l’inflazione è
    all’11,5 per cento, contro l’8 per cento che era stato previsto.
    Fino al 31 gennaio il governo ha bloccato i prezzi di alcuni generi
    alimentari, sta pensando di introdurre dazi sull’esportazione del
    grano, il cui prezzo è esploso a causa della produzione di
    biocarburanti, e fa promesse da campagna elettorale giurando che in
    tre anni il tasso d’inflazione tornerà al 5-6 per cento. “Ma quando
    non si mantengono le promesse – ricorda Feldman – le strategie
    politiche che non s’ispirano a regole di mercato finiscono male”. In
    Iran il governatore della Banca centrale ha chiesto al presidente
    Mahmoud Ahmadinejad di diminuire l’offerta di moneta per non fare
    esplodere la bomba inflazionistica (il tasso è ufficialmente al 16
    per cento, ma alcuni analisti dicono che sia già al 22): la benzina
    è stata razionata e le riserve stanno finendo, con un di più di
    sanzioni il regime sarebbe vicino al collasso. In Egitto gli
    scioperi paralizzano il paese. Tutti fermi, dagli operai agli
    impiegati pubblici: nell’ultimo anno, l’inflazione è cresciuta del
    dodici per cento, il prezzo delle verdure del 38.
    “Soltanto una speranza”
    Il dollaro basso e il prezzo del petrolio oltre i 90 dollari il
    barile hanno scatenato fenomeni inflattivi – nei mercati delle
    materie prime e dei servizi – che stanno destabilizzando i paesi
    basati su centralizzazione e autoritarismo. Tornano il controllo dei
    prezzi, il razionamento, le sovvenzioni, ma i governanti sanno che
    queste sono misure di breve periodo. I cinesi, per esempio, “non
    hanno ancora dimenticato la carestia che negli anni Quaranta colpì
    il paese a causa dell’inflazione e certo non vogliono rivivere
    quell’esperienza”, spiega Feldman. Così molti sperano – e secondo
    l’esperto americano si tratta comunque ancora “soltanto di una
    speranza” – che la crescita dei prezzi convinca il governo di
    Pechino a fare quello che la comunità internazionale, con una
    straordinaria intesa tra Stati Uniti ed Europa, chiede da un po’:
    rivalutare lo yuan, che due giorni fa ha raggiunto valori record sul
    dollaro. Di più: l’inflazione potrebbe generare un circolo virtuoso
    nei regimi. All’inizio, “la destabilizzazione causa un’erosione
    delle libertà economiche”, conclude Kim, ma da questo si può
    innescare un processo di accesso al mercato, costringendo i governi
    a incamminarsi sulla strada del mercato libero e dell’indipendenza
    delle istituzioni monetarie. In altre parole, della democrazia.
    Cioa Francesco

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