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Crack fondi pensione, il caso Comit

Tfr, siamo al rush finale. Ancora una settimana per decidere se lasciare la liquidazione maturanda in azienda o farla confluire in un fondo pensione. Ovviamente le variabili da valutare sono tante (costi, rendimenti, liquidabilità della posizione maturata al termine del periodo contributivo, ecc.).

Chi sceglie un fondo pensione deve fare anche attenzione allo statuto di ciascun fondo, perché le regole (per quanto debbano attenersi alle linee Covip, l’Autorità che vigila sui fondi pensione) possono cambiare da caso a caso. E perché la storia insegna che non sempre chi si è iscritto a un fondo pensione può dirsi soddisfatto. Come nel caso del fondo Comit, (ex Banca commerciale italiana poi assorbita da Banca Intesa). Il fondo, dopo più di un secolo di storia alle spalle, è stato liquidato nel 2004. Sono oltre 10mila i pensionati che hanno dovuto rinunciare a una parte delle somme accumulate.  Lo scorso aprile il fondo ha incassato una plusvalenza di circa 600 milioni di euro derivante dalla vendita degli immobili a Beni Stabili. Ma sono in tanti quelli che rischiano di non partecipare alla ripartizione e di non veder quindi, nemmeno in parte, ricompensate le perdite subite.

Con l’aiuto dell’Associazione Anpecomit, nata proprio per raccogliere le intenzioni di chi intende rivalersi sul fondo nel caso si ritenga danneggiato, ho elaborato questa tabella che fa luce sul numero dei soggetti coinvolti nel crac e che rischiano di non partecipare alla distribuzione delle plusvalenze.

I soggetti coinvolti nel fallimento
Numero Categoria Perdita subita
1.300 Andati in pensione tra il ’98 e il ’99 25,7% del montante previdenziale
1.500 Andati in esodo tra il 2003 e il 2004 per esubero 40-50% del montante previdenziale
3.500 Pensionati reversibili riduzione della rendita dal 70% al 50%
10.000 Lavoratori attivi 40-50% del montante previdenziale; parteciperanno certamente alla ripartizione delle plusvalenze
6.000 pensionati antie ‘97 nessuna riduzione

Si tratta di oltre 7mila pensionati. Per chi volesse approfondire rimando alla versione completa dell’articolo scritto su 24 minuti.

L’esempio del fondo Comit, così come quello di Cassa Ibi e Cr Firenze, non deve però scoraggiare quanti abbiano aderito o vogliano in seguito aderire a una forma di previdenza integrativa. Le norme attuali sono più stringenti predisponendo una serie di paletti a garanzia degli iscritti (gesione separata, banca depositaria, ecc.) che prima, mentre il fondo Comit falliva, non erano contemplate. Tra queste forme di garanzia c’è l’obbligo per ogni fondo pensione (chiuso o aperto) che partecipa alla sfida del Tfr di dotarsi di una linea garantita, al pari in sostanza di quanto succede in azienda dove se il datore di lavoro non è in grado di restituire il Tfr rivalutato, ci pensa un fondo statale di garanzia.

Per chi, inoltre, avesse dubbi dell’ultim’ora il ministero del Lavoro ha attivato un apposito numero verde 800 196 196 e un sito Internet che permette, tra l’altro, di scaricare i moduli da compilare per gli ultimi ritardatari.

Buona scelta!