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Forse la #Merkel ha perso perché….

Una storia già vista. L’esito delle elezioni in Germania di domenica – con la sostanziale battuta d’arresto della cancelliera Angela Merkel che ha perso quasi 9 punti rispetto al 2013 e che ora farà fatica a formare una coalizione credibile di governo – non è nulla di nuovo nel panorama dell’Occidente dell’era post-Lehman. Lo scorso anno (novembre 2016) negli Stati Uniti Donald Trump batteva il partito democratico, prima delle elezioni guidato da Barack Obama, il presidente che aveva portato il tasso di disoccupazione sotto il 5%. E ora la Merkel, la cancelliera che ha portato il tasso di disoccupazione al 3,7% (era all’11% nel 2005), ha raccolto solo il 32% delle preferenze (ergo 7 su 10 non l’hanno votata). Come è possibile? Questi due episodi – talmente ravvicinati nel tempo così come nella forza dei Paesi interessati, gli Usa sono la prima economia del pianeta, la Germania la quarta come Pil ma la prima come surplus commerciale – devono far riflettere una volta per tutte sulla qualità dei dati economici con cui oggi viene misurato l’andamento di un Paese. E in base ai quali formalmente dovremmo sentirci rasserenati o preoccupati.

E’ a questo punto evidente che il tasso di disoccupazione ufficiale non è sufficientemente indicativo dello stato di salute di una società. Certo, in Germania (3,7%) si sta obiettivamente meglio rispetto al Sud Africa dove la disoccupazione ufficiale è al 27%. Ma il punto è che quel 4,8% di disoccupazione Usa (che non è bastato ad Obama per regalare la vittoria in staffetta alla democratica Clinton) e quel 3,7% tedesco (che non ha rafforzato bensì indebolito la Merkel alle urne) intercetta solo la quantità di lavoro. La qualità (hanno gridato gli elettori dei due Paesi) è tutt’altra cosa. Chi guadagna 800 euro al mese può anche contribuire ad abbattere il tasso di disoccupazione ma siamo sicuri che confermerà alle urne il partito dominante? Siamo sicuri che possa ritenersi soddisfatto di come stiano andando le cose?

L’economia è una scienza sociale. Per questo motivo i dati scientifici andrebbero ponderati con i dati sociali. Sarebbe più utile, ad esempio, calcolare il tasso di disoccupazione in base agli scaglioni di reddito. A quel punto – ponderando il 3,7% di disoccupazione con quel 15,7% di tedeschi che oggi vive sotto la soglia di povertà (nel 2005 era l’11%) – i dati sarebbero ben diversi e più rappresentativi.

La crescita della disuguaglianza è il punto debole delle democrazie delle società sviluppate. Ciò accade, molto semplicemente, perché nella formula del modello economico dominante il fattore disuguaglianza non è contemplato. La massimizzazione dei profitti, nel bene e nel male, è l’unica grande regola. Così, può accadere che anche in una Germania apparentemente idealtipica (è il Paese del pareggio di bilancio e del surplus da 300 miliardi l’anno) il voto democratico lanci un grido d’allarme.

  • Pinciagatte |

    Non ha perso solo la Merkel: ha perso anche Schulz. Cioè i due leader che hanno sostenuto il disegno neoliberal di trasformare il pianeta in un unico aggregato indifferenziato di apolidi. Un pianeta in cui tutti sono uguali, salvo alcuni che sono più uguali degli altri e decidono su tutto e per conto di tutti.

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