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Perché Trump spingerà (nel bene o nel male) l’Europa alla resa dei conti

Se un giorno ci avessero detto che un presidente degli Stati Uniti (nazione capo-fila del modello economico neo-liberale) e per giunta repubblicano (partito che tendenzialmente tende a portare allo stremo queste politiche in ragione del mantra del trickle-down) avrebbe vinto le elezioni promettendo politiche keynesiane, avremmo probabilmente pensato a uno scherzo.

In effetti di scherzo trattasi. Ma del destino. Se così davvero sarà – e i mercati finanziari in questo momento stanno puntando proprio su questo scenario rafforzando il dollaro e i tassi Usa – non si può a mio avviso non tirare in ballo il destino. Perché al di là di idee e ideologie di partenza, con Trump il modello economico di sviluppo capitalista basato sulla dottrina keynesiana sta tornando alla ribalta. Con una naturalezza che sa quasi di ineluttabilità.

L’economista britannico propugnava l’intervento dello Stato (ampliando quindi il deficit) per bilanciare le fasi di crisi economiche derivanti da una debolezza del settore privato. Fasi che coincidono con momenti in cui l’economia ristagna (perché i privati non investono ma aumentano il risparmio quando, a seguito di uno shock o dello scoppio di una bolla, non vedono prospettive di guadagno all’orizzonte). In queste fasi – che tanno puzzano di deflazione – l’austerità pubblica non fa altro che aggravare il ciclo economico.

La teoria di Keynes ha dominato la scena dal 1945 al 1975, il cosiddetto Trentennio glorioso, quando difatti gli Stati occidentali hanno sperimentato una forte crescita, accompagnata da movimenti all’insù dell’inflazione. La crisi petrolifera di fine anni ’70 fece però balzare il prezzo del petrolio costringendo i Paesi più sviluppati ad importare una forte inflazione da materie prime. Questo fenomeno tutto geopolitico ed esogeno (quindi esterno all’andamento del ciclo economico dei singoli Paesi) fece impennare ulteriormente l’inflazione motivando i detrattori keynesiani a sconfessare l’impianto teorico dell’economista britannico.

Da allora si è imposto nella scena economica dei Paesi sviluppati un modello economico diverso, neo-liberale. I privati hanno trovato sempre più spazio e libertà d’azione con gli Stati che via via firmavano leggi per depotenziarsi e ridurre il proprio margine di intervento nell’economia. Tra queste riforme significativa quella della separazione tra Tesoro e Banca centrale, atta ad impedire che un governo utilizzasse la propria Banca centrale e la sua potenza illimitata di emettere moneta, per finanziare campagne elettorali e quella parte della spesa pubblica non legata alla crescita del Pil. A questa riforma hanno avuto seguito altre riforme. Tra queste vi sono:

  • l’unione tra banche tradizionali e banche di investimento (un’unione che consente a una banca di investire a insaputa del cliente i risparmi dello stesso in pericolosi titoli derivati esponendo la ricchezza privata di famiglie e imprese all’ingordigia finanziaria di taluni banchieri e manager);
  • rigidi paletti sul deficit che i Paesi dell’Unione europea e dell’area euro si sono autoimposti, indipendentemente dalla congiuntura economica. Questi paletti, nel dettaglio quello del deficit/Pil al 3% sempre e comunque, si stanno rivelando una boomerang per Paesi come l’Italia, che partono da un elevato livello di indebitamento e quindi sono tenuti sotto pressione dai regolatori europei (a differenza di altri Paesi come Francia e Spagna ai quali viene consentito abbondantemente di sforare questo parametro). La loro rigidità ha impedito a Paesi come l’Italia di reagire alla profonda crisi della domanda interna in atto. Ormai tutti convergono, anche gli iniziali e più strenui sostenitori della teoria dell’austerità espansiva, che l’aver mantenuto questi rigidi paletti anche durante la recessione economica è stato un grave errore. Eppure a Paesi come l’Italia si continua a non concedere flessibilità in questa direzione, neppure considerando che anche a causa di ciò abbia perso 10 punti di Pil reale dal 2008 in un contesto in cui la deflazione salariale (fenomeno legato a un’altra rigidità europea, quella del cambio valutario attraverso l’euro) sta colpendo duramente la domanda interna.

Lo scenario però potrebbe cambiare nei prossimi anni e la scossa potrebbe partire paradossalmente dal primo presidente repubblicano-keynesiano della storia, ovvero Trump. Se questi manterrà la promessa di aumentare gli investimenti pubblici in infrastrutture con un deficit/Pil medio annuo del 6% potrebbe innescare un aumento dei salari a favore del ceto medio-basso (la roccaforte del suo elettorato). A quel punto – crescendo l’inflazione e soprattutto le aspettative sull’inflazione – i rendimenti dei titoli di Stato americani saranno destinati a salire (come già sta accadendo in questi giorni). A quel punto anche i titoli di Stato dei Paesi europei (se non altro per mantenere invariato il premio al rischio tra Usa ed Europa) saranno destinati a fare altrettanto (ed è quello che sta accadendo). Ma se i rendimenti nominali dei titoli europei saliranno senza che allo stesso tempo salga l’inflazione, questo si tradurrà in un aumento dei tassi reali (al netto dell’inflazione). Il che equivarrebbe a un aumento del costo effettivo del debito per tutti, e soprattutto per i Paesi più indebitati come l’Italia (debito pubblico 130% del Pil). Questo scenario potrebbe innescare due reazioni:

  • per evitare uno sfaldamento l’Ue e l’area euro si decideranno a seguire Trump, ovvero ad adottare politiche fiscali espansive consentendo un aumento del deficit oltre i limiti attualmente consentiti;
  • ma il passaggio di consegne tra politica monetaria e politica fiscale espansiva (quello che Trump si appresta ad attuare spingendo a ruota anche l’Ue a farlo) dovrà essere fatto in modo non lineare tra i Paesi dell’area euro. Se così fosse non cambierebbe granché e resterebbero invariati gli attuali e profondi squilibri tra i singoli Paesi, ben sintetizzati dal disallineamento della bilancia commerciale tra Paesi (come dimostra l’eccesso di surplus tedesco e l’eccesso di indebitamento di altri Paesi) e dalla bilancia dei pagamenti (come evidenziato dai saldi Target 2). Dovrà essere consentito ai Paesi più indietro – quelli che oggi stanno sperimentando un’elevata deflazione salariale – di fare più deficit rispetto a quelli più avanti. Altrimenti l’espansione fiscale si tradurrà in un semplice meccanismo di sussidiarietà verso i Paesi più deboli, senza però dare a questi la possibilità di rimettersi realmente in sesto. Mantenendo invariata la crisi della domanda interna.

In sintesi, la vittoria a sorpresa dell’ibrido repubblicano-keynesiano Trump potrebbe avviare un effetto domino di eventi tra Usa ed Europa che per quest’ultima potrebbero rappresentare il banco di prova. O cambia registro con politiche fiscali non lineari, oppure potrebbe andare incontro, con la stessa ineluttabile naturalezza del destino che ha portato Trump alla Casa Bianca, alla propria implosione.

twitter.com/vitolops

  • habsb |

    Egregio dr. Lops

    visto l’ammontare del debito USA nessuna politica keynesiana è possibile, e Mr Trump lo sa benissimo : è facile promettere, molto meno sfidare i rigidi guardiani istituzionali del debito.

    La politica keynesiana è già stata fatta, e da parechhi decenni a questa parte. Ha portato tutti i paesi evoluti, e anche la Cina, a livelli di indebitamento degni di una guerra mondiale.
    Ed è stata di ben poca utilità per l’occupazione.

    Non so se ha notato ma la vittoria di Mr Trump ha fatto schizzare in alto i tassi trentennali: è un avvertimento. Se davvero gli USA vogliono scatenare deficit e inflazione, allora il denaro non costerà più 2% ma 5%, 10%; 20%, whatever it takes. In USA come in Europa
    Lascio a lei immaginare le conseguenze sul mercato immobiliare e sui bilanci statali.

  • albert |

    credo piu’ probabile la prima

  • pierpier |

    purtroppo delle sue conclusioni credo che sia più probabile la seconda cioè l’imolosione dell’area euro

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