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Perché in molti ormai la chiamano GerMAGNA

Mancano poche ore alla pubblicazione degli stress test condotti su oltre 50 banche europee da parte della Banca centrale europea. In cosa consistono? La Bce simula degli scenari avversi ipotetici e testa la capacità di reagire (resilienza) dei singoli istituti in base alle coperture in bilancio. I risultati, però, dipendono dalla formula utilizzata. E qui entra in ballo il cosiddetto Rwa (Risk weighted asset), ovvero le attività pesate per il rischio. Bene, stando ai paletti dell’Eba, l’European banking authority, i prestiti a famiglie e imprese fanno gonfiare la percentuale Rwa molto più rispetto alle operazioni di trading finanziario su titoli effettuate dalle banche. Questo spiega perché le banche del Sud Europa (più attive nel segmento tradizionale dei prestiti) risultano formalmente più rischiose rispetto a quelle del Nord Europa (più attive nel segmento di banca da investimenti e quindi nelle operazioni di speculazione finanziarie).  E’ l’ennesima distorsione di una politica europea che non funziona. Proviamo a vederne qualche altra.

Dopo svariati anni di crisi e otto anni consecutivi di disoccupazione a doppia cifra possiamo candidamente affermare che l’area economica europea è in una fase di strutturale stallo. Alla debolezza della crescita economica si aggiunge anche la costante minaccia che l’attuale fase deflazionistica possa protrarsi negli anni, trascinando l’Europa nelle stesse sabbie mobili in cui da oltre 15 anni versa il Giappone (trappola della liquidità, ovvero quando si crea un eccesso di risparmio nel settore privato dovuto al fatto che questo non investe e non consuma, in pratica non spende).

Questa situazione non pare, ahinoi, in questo momento destinata a mutare. Almeno per 2 ragioni:

  • la Germania non ha alcun interesse ad apportare cambiamenti all’assetto europeo. Ogni qual volta si discutono riforme volte a una maggiore integrazione (fondo di garanzia unico sui depositi, emissione di Eurobond come anticamera di unificazione del debito e scomparsa degli spread sui titoli pubblici, alleggerimento dei paletti sul deficit/Pil risalenti al 1993 e oggi francamente obsoleti) la Germania pone il suo veto. Alle condizioni attuali la Germania – nel suo ragionamento egoistico che probabilmente nei suoi panni farebbero anche altri Paesi – non ha alcun vantaggio a breve termine dall’elargire le concessioni che il Sud Europa, seppur timidamente, chiede. Questo perché la Germania attraverso l’euro ha svalutato a tempo indeterminato il marco ottenendo il vantaggio di non vederlo rivalutare nemmeno dopo svariati anni di esportazioni record (e fuori dalle regole europee). Di questo passo ogni anno consolida la sua posizione dominante nell’area, andando a colmare un desiderio di egemonia che vagava represso dai tempi della sconfitta della Seconda Guerra Mondiale (dimenticando che allora i Paesi del Sud Europa, Italia e Grecia compresi, firmarono per dimezzare il debito tedesco,al fine di sostenere la ripartenza dell’economia teutonica). Quindi se il Sud Europa sta aspettando che una mattina la Germania si svegli di buon umore e inizi ad ascoltare le richieste di maggiori concessioni, commette un grave errore. Così come l’errore più grosso lo commette la Germania nel pensare che in questo momento si stia rinforzando. E’ vero, nel breve periodo sta accadendo questo, ma nel lungo periodo la Germania, indebolendo i Paesi satellite a suon di surplus drogati dalla stabile svalutazione del marco (per cui nelle discussioni in ambiente social network viene ormai sarcasticamente definita GerMAGNA), sta impoverendo anche il suo principale mercato di sbocco. E quindi se stessa;
  • quando i tassi di interesse raggiungono livelli prossimi allo zero (come in questo momento nell’Eurozona) le politiche monetarie e fiscali devono marciare insieme. Questo però non accade nell’Eurozona dove ci sono una sola una politica monetaria (orchestrata dalla Bce) e 19 politiche fiscali differenti (tanti quanti sono i Paesi che utilizzano l’euro). Con il cap del deficit/Pil al 3% (peraltro non rispetto da tutti e nemmeno sanzionato come i recenti fatti di cronaca relativi a Spagna e Portogallo dimostrano) che impedisce sostanzialmente di azionare la leva degli investimenti pubblici come arma per uscire da un quadro economico stagnante. Se l’Eurozona vuole restare in vita non può prescindere dall’attuazione di politiche fiscali finalizzate a riattivare la domanda depressa con poderosi investimenti pubblici. Non si scappa. Ogni minuto, giorno, anno che trascorre invano senza prendere atto di ciò si sta inevitabilmente trasformando in un boomerang per un’unione valutaria che, di questo passo con il perdurare di questa fase di stallo decisionale, non sembra avere alternative alla sua stessa implosione.

twitter.com/vitolops

  • Max Berna |

    È l’ora della verità ….e anke alkune banke tedeske prenderanno uno skiffone dagli stress test !!! Non vedo l’ora !!!!!!

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