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Mutui, perché si sta esagerando sulle “sette rate non pagate”

A mio avviso c’è un po’ di qualunquismo nel contrastare la nuova direttiva europea – in corso di approvazione dal Parlamento – che mira a snellire il procedimento attraverso il quale, dopo sette rate non pagate, la banca possa mettere rapidamente in vendita la casa evitando le attuali lungaggini giudiziali e burocratiche per cui alla fine l’immobile viene comunque espropriato allo sfortunato debitore insolvente, ma in media dopo sette anni.

Il punto è che il Testo unico bancario italiano (articolo 40) – che dal 1993 fa norma – già contempla un’azione della banca dopo “sette rate non pagate” o in ogni dopo un periodo di mancati pagamenti superiore a 180 giorni (per cui basterebbe anche una rata non pagata se parliamo di una rata non mensile ma semestrale). Prevedendo che in questo caso la banca ha diritto a chiedere il rimborso immediato del debito prima di avviare un’azione giudiziale.

La nuova norma – che in ogni caso non vale per i vecchi mutui e potrà essere proposta dalla banca come clausola aggiuntiva al contratto per i nuovi mutui – mira a evitare il percorso giudiziale che comunque nella maggior parte dei casi si conclude con la messa in vendita della casa all’asta e quindi difatti nell’esproprio ai danni dello sfortunato cattivo pagatore. L’obiettivo è ridurre il numero di sofferenze in pancia alle banche europee che ammontano a 1.000 miliardi di euro, il 7,3% del Pil dell’intera area economica.

La decisione se dare alle banche questa opportunità in più è politica, più che economica. Se io presto una somma di denaro a qualcuno, concordando un lungo piano di rimborso, è forse sbagliato pretendere che dopo un “x” numero di rate non pagate, provi a recuperare una parte di quanto prestato? Questo è il punto. Dubito che qualcuno, nei panni di prestatore privato, non voglia tutelarsi con una clausola che gli consenta di agire per riavere i soldi indietro.

Se però questo qualcuno non è un semplice privato, ma un’istituzione bancaria, lo si attacca indicando che non è giusto che passi all’azione potendo quindi rivendere il bene (la casa) in caso di una serie ripetuti di mancati pagamenti. Perché? Il dilemma nasce dalla doppia natura che hanno le banche: sono istituti privati – che rispondono a mercati sempre più esigenti soprattutto quando in bilancio le sofferenze aumentano e abbiamo visto cosa è successo in questi primi due mesi dell’anno in Borsa – che però, prestando soldi a imprese e famiglie, svolgono anche in parte una funzione sociale, quella di oliare l’economia.

Quindi, in caso di insolvenza di uno sfortunato cittadino che non riesce più a ripagare il mutuo (dopo aver già speso il bonus di “sei cartellini gialli” e dopo aver usufruito eventualmente dei fondi statali che consentono di sospendere per 12 o 18 mesi il pagamento delle rate) cosa è giusto fare? Bisogna consegnare la palla al giudice (e quindi intendere l’attività bancaria come un surrogato del welfare state) oppure permettere al prestatore privato di trasformare il prima possibile la sofferenza in liquidità?

Comprendo profondamente la rabbia delle associazioni dei consumatori e dei partiti che stanno appoggiando la partita per eliminare le “sette rate non pagate”. Anche perché l’Italia ha perso 10 punti di Pil dal 2008 e convive strutturalmente con una disoccupazione a doppia cifra. Il che sta facendo inesorabilmente aumentare il divario sociale tra ricchi e poveri, come accade in un Paese dove la politica economica fa fatica a centrare gli obiettivi costituzionali. Ma allo stesso tempo ricordo:

1) la norma attuale, per chi non l’avesse saputo e magari ha avviato la protesta senza saperlo, già prevede un massimo di sei rate non pagate prima che la banca possa esigere il rimborso immediato del debito (solo che poi in media passano sette anni prima che la casa venga venduta all’asta);

2) la nuova direttiva punta semplicemente a snellire una procedura burocratica che nella maggior parte dei casi termina comunque con l’esproprio del bene;

3) bisogna chiarire una volta per tutte quale è il ruolo delle banche in una società: misto (e quindi in parte anche di assolvere a funzioni di stato sociale) oppure solo privatistico. Le banche devono rispondere quindi prima ai cittadini o ai loro azionisti? Questo è il punto, che è politico.

C’è invece un punto, che è più economico che politico, che andrebbe chiarito ed eventualmente rivisto. Le banche non possono svendere gli immobili, cioè venderli sotto il prezzo limite su cui si tara l’Ufficio di registro al di sotto del quale considera le transazioni tra privati sospette, cioè in odore di nero. Se le banche non avessero limiti nello scegliere il prezzo di vendita potrebbe configurarsi una sorta di concorrenza sleale. Questo è un punto da chiarire e verificare con attenzione.

  • habsb |

    Egr. dr. Lops

    è un dibattito che non esiste.
    Se si vuole che le banche possano svolgere il loro ruolo sociale, i loro diritti di proprietà devono essere garantiti, come quelli di qualunque altro soggetto.
    Anche il panettiere svolge un ruolo sociale, ma non ho mai sentito dire che debba regalare il suo pane, per poter svolgere il suo ruolo sociale.

  • riccardo |

    proporrei a chi chiede un mutuo in banca (e sottolineo chiede) che debba aspettare 7 anni per averlo, periodo che deve attendere la banca per tornare a disporre della sua liquidità e rimetterla in circolo. questo per chi pensa che la liquidità delle banche sia infinita e solo da spremere.

  • Antonella Bertana |

    l’articolo cita sovente ilm termine “sofferenze” provocate non dai morosi del mutuo ma da quando le banche hanno smesso di fare le banche e sono diventate società finanziarie aderendo a titoli spazzatura che hanno provocato la crisi per cui, perdendo il lavoro, i morosi sono diventati tali

  • Andrea |

    Ogni tutela si paga sulla rata. Anche l’intervento del giudice. Nel libero mercato lo snellimento della pratica si dovrebbe tradursi in una erogazione piu’ facile.
    Se poi il valore della casa e’ sotto il montante del mutuo, il problema dovrebbe essere della banca (come in USA). Non di chi ha contratto il mutuo (come in Europa).

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