Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Così siamo passati dalla guerra delle valute alla guerra delle materie prime

Nel mese di luglio del 2014 un barile di petrolio costava oltre 100 dollari al barile. Nel turbolento avvio del 2016 le quotazioni dell’oro nero sono scese sotto i 27 dollari. Nel bel mezzo il dollaro si è rafforzato sulle principali valute (l’euro è sceso da 1,4 a 1,1 dollari) perché la Federal Reserve è stata la prima ad avviare la fine di un ciclo di manovre espansive che in precedenza avevano invece creato l’effetto opposto, cioè quello di svalutare il dollaro. L’andamento del dollaro è certamente decisivo per provare a intercettare l’andamento delle materie prime, perché queste sono quotate in dollari e, di conseguenza, tendono ad apprezzarsi quando il dollaro scende e, viceversa, tendono a scendere quando il biglietto verde si rafforza. Così siamo passati dalla guerre delle valute alla guerra delle materie prime.

Dall’estate 2014 le materie prime hanno perso terreno su scala globale. Da allora l’indice Spi Gsci – uno dei più importanti panieri al mondo di commodities – ha ceduto il 62%. indicematerieprime

Non ha perso terreno solo il petrolio, ma tutte le principali materie prime. Anche l’oro negli ultimi anni ha vissuto una fase di debolezza, accusando il duplice effetto della rivalutazione del dollaro e della perdita relativa di status di bene rifugio. Il metallo giallo è passato da 1.950 dollari l’oncia del 2008 ai 1.100 attuali. Nello scorso anno ha viaggiato lungamente sotto i 1.100 e da inizio anno ha recuperato in parte lo standing di bene rifugio mostrando una forza relativa (+5%) rispetto all’andamento di Wall Street (-7%) e delle Borse globali (-9%) senza considerare il -24% della Borsa cinese o il -18% di Piazza Affari, tornata ai livelli di settembre 2013.

Tuttavia l’oro sta vivendo una sorta di crisi esistenziale. E’ o no un bene rifugio? Il dubbio nasce dal fatto che siamo ufficialmente entrata nell’era dei tassi bassi. I bond governativi mondiali che “offrono” oggi un rendimento negativo hanno raggiunto la soglia dei 5.500 miliardi di dollari, il 14% del totale del mercato. I titoli di Stato che offrono rendimenti sotto l’1% sono oltre la metà di quelli che circolano, il 75% offre rendimenti inferiori al 2%. Questo scenario riflette l’assenza di inflazione e anche le basse prospettive future di inflazione. Di conseguenza l’oro – da sempre considerato l’asset per eccellenza in grado di proteggere gli investitori dall’inflazione – tende a perdere slancio.

Se l’oro ha una bassa forza relativa il petrolio sta vivendo una fase ancora più incerta. L’economia globale è vista in rallentamento nei prossimi anni ma nel 2016 dovrebbe comunque crescere del 3,4% rispetto al 2,5% del 2015, ancora una volta trainata da India, Cina e dai Paesi emergenti. Questi dati indicano che l’attuale crisi del petrolio è dovuta più a un eccesso di offerta che a una vera crisi della domanda. I Paesi Opec non vogliono ridurre la produzione, all’uopo indeboliscono i produttori di shale oil statunitensi che rischiano il collasso nel caso il petrolio viaggi per lungo tempo al di sotto dei 50-60 dollari al barile.

Questo ci fa capire che nella dinamica del prezzo del petrolio – e a ruota delle altre principali materie prime – entrano in gioco anche fattori geopolitici e strategie di singoli Paesi (Arabia Saudita sunnita contro l’Iran sciita che è da poco tornano sul mercato per via del stop alle sanzioni internazionali). Fattori imponderabili che rendono davvero complicato prendere una posizione in questo momento sul comparto. Le grandi banche d’affari hanno indicato un target a 20 dollari al barile per il petrolio mentre la logica vorrebbe una normalizzazione intorno ai 50 dollari. Chi avrà ragione?