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Perché i correntisti non dovrebbero entrare nel bail-in

Da gennaio è entrata in vigore anche in Italia la direttiva europea che introduce il bail-in, ovvero il salvataggio interno di un istituto bancario. Rimpiazza il bail-out (salvataggio esterno) praticato su scala globale negli anni precedenti. La differenza è sostanziale: se con il bail-out una banca viene salvata dallo Stato che recupera i fondi necessari aumentando le tasse (e quindi il salvataggio è sostanzialmente a carico dei contribuenti) con il bail-in il salvataggio riguarda solo chi ha a che fare con la banca in difficoltà. E’ previsto in sostanza che rispondano nell’ordine prima gli azionisti della banca, poi gli obbligazionisti (prima i possessori di bond subordinati e poi i cosiddetti senior). E infine i correntisti. Ma è giusto? 

Il punto è proprio questo. Chi acquista azioni di una qualsiasi società si assume i propri rischi. Se questa società va male il titolo scende. Quindi non c’è bisogno del bail-in per assumersi delle responsabilità. Se ho comprato delle azioni mi assumo in partenza i rischi dell’operazione, decido di partecipare agli utili di quella società e di finanziarla. So bene che se le cose non vanno come previsto le azioni scendono e il mio investimento perde valore. Stesso discorso per gli obbligazionisti. Una società quando ha bisogno di capitale può emettere delle obbligazioni (o bond in inglese) pagando in cambio un tasso di interesse. Questo tasso di interesse è proporzionale al rischio emittente (il rischio che la società non rimborsi tutto il capitale quando scade l’obbligazione), alla durata (più è lontana la scadenza maggiori sono i rischi potenziali molto semplicemente perché del futuro non v’è certezza) e alla natura del bond (ci sono i bond subordinati che sono più rischiosi di quelli senior che hanno la precedenza nel rimborso in caso di fallimento dell’impresa).

Vien da sé che chi acquista azioni di una banca o obbligazioni si assume già in partenza dei rischi. Se non ne è consapevole vuol dire che non conosce gli strumenti che ha acquistato e si fida troppo di chi glieli ha venduti senza spiegargli i rischi effettivi. Ma in entrambi i casi (sia che ne sia consapevole oppure che non lo sia ma si fidi troppo del promotore o sportellista) il risparmiatore ha le sue responsabilità e, per certi versi, è più che giusto che risponda delle perdite in caso di fallimento della banca.

Ma in questo discorso tra rischio e rendimento cosa c’entra il correntista? Perché anche il correntista deve rientrare nella partita del bail-in? Seppur la norma prevede delle maggiori garanzie rispetto ad azionisti e obbligazionisti (il correntista viene intaccato solo in seguito, in terza istanza, e solo per la liquidità che eccede i 100mila euro o i 200mila se il conto è cointestato) c’è qualcosa che non quadra comunque, sia livello tecnico che a livello teorico.

Innanzitutto perché è vero che la liquidità fino a 100mila euro (o 200mila se il conto è cointestato) è tutelata dal Fondo interbancario sui depositi. Ma è anche vero che a livello tecnico questo fondo è in grado di coprire i fallimenti di singole banche, ma non certo un rischio sistemico in cui cadano le più grandi banche. Il meccanismo del consorzio prevede infatti che le banche versino i loro contributi soltanto in caso di necessità (“ex post”) a chiamata entro 48 ore. L’impegno oscilla tra lo 0,4% e lo 0,8% dei fondi rimborsabili di tutte le consorziate. Per sua natura, quindi, il fondo non copre da rischi sistemici.

Pur escludendo il caso scolastico e tecnico del rischio sistemico che, considerati i rassicuranti livelli patrimoniali della gran parte delle banche italiane, è lontano anni luce dall’attuale fase storica, resta il dubbio teorico. Perché se un correntista parcheggia la propria liquidità in banca (e non può fare altrimenti perché le attuali norme anti-riciclaggio pongono dei limiti alla circolazione del contante e agli scambi fino a 3mila euro) deve potenzialmente rischiare? E’ come se per legge sono obbligato a mettere il denaro in una cassa forte ma la stessa legge non assicura del tutto quella cassa forte. E’ un paradosso che rende inadeguato estendere il bail-in ai correntisti. Vada per azionisti e obbligazionisti ma i correntisti dovrebbero uscire da questa partita. Ne gioverebbe l’intero sistema bancario italiano ed europeo perché aumenterebbe (piuttosto che rischiare di diminuire come nell’attuale fase) la fiducia, l’asset più importante in qualsiasi campo della vita.

 

 

  • habsb |

    Non sono assolutamente d’accordo !

    Il correntista sa benissimo (e se non lo sa, si fida a torto di chi non glielo ha spiegato), che il suo denaro non è pîù una sua proprietà custodita dalla banca (come sarebbe in una cassetta di sicurezza), ma diventa una proprietà dell’istituto bancario, il quale diventa debitore verso il correntista.
    Dunque il correntista non é altro che un creditore, come il detentore di obbligazioni e azioni. Certo più senior, più prioritario cioè, ma pur sempre creditore, in fila con tutti gli altri per recuperare il suo credito.

    Puo’ piacere o no, ma il solo modo per evitare questa situazione è quello di custodire il proprio denaro in cassetta di sicurezza (magari convertito in lingotti per ridurre l’ingombro): la banca non potrà né toccarlo né prestarlo né giocarselo in borsa e quindi non sarà mai perduto.

    Non si puo’ lasciare che la banca presti il proprio denaro a terzi, e poi pretendere il rimborso dalla banca o dallo stato quando questi terzi non rimborsano. Magari tassando gli altri.

  • Romano Rubbi |

    D’accordo sul tenere fuori i correntisti ma molte perplessità sul coinvolgimento degli obbligazionisti. Per prima cosa non si doveva rendere la norma retroatttiva, soprattutto in considerazione che dal dopoguerra nessun risparmiatore aveva mai perso i soldi prestati alla propria banca, per cui i cattivi consigli dei dipendenti bancari erano del tutto in buona fede; in secondo luogo non si tiene conto che in un sistema bancocentrico come quello italiano, con le nuove regole sulla liquidità (indicatori LCR e NSFR), di fatto si impedirà alle piccole banche di fare credito a medio e lungo termine, a favore degli investimenti delle famiglie e delle piccole imprese. La norma avrebbe senso se vi fosse separazione fra le attività bancarie e finanziarie e se fosse circoscritta alle banche di investimento.

  • claude93 |

    condivido pienamente. Da rilevare inoltre che se ho dei titoli in scadenza di elevato importo (sopra 100.000) corro un rischio nel periodo in cui l’importo è nel c/corrente fino ad una nuova sottoscrizione. Questo creerà problemi per le banche più piccole che, presumibilmente, sono meno ‘sicure’ delle grandi.

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