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Subordinate, indicizzate, ecc. Quando gli aggettivi fanno perdere soldi

Cirio, Parmalat, Argentina. E adesso Banca Marche, CariChieti, Banca Etruria. Brutte pagine nella storia del risparmio in Italia che hanno, nel passato così come nel fresco presente degli episodi balzati alla cronaca in questo finale di 2015, come denominatore comune le obbligazioni. Risparmiatori che si sono trovati da un giorno all’altro con in mano bond che valgono molto meno rispetto a quando li avevano pagati, o non valgono più nulla. Con la prospettiva poco allettante di veder finire questi titoli nel tritacarne di azioni legali (dove è spesso complesso dimostrare le varie responsabilità) e prospettive di recupero, con la nuova modalità di salvataggio delle banche insolventi che prevede che dal 1° gennaio 2016 gli obbligazionisti rispondano (dopo azionisti ma prima dei correntisti) della cattiva gestione che ha portato un istituto verso la bancarotta.

C’è probabilmente un equivoco di fondo, di natura psicologica, che può aiutare a spiegare i tanti episodi di crac obbligazionari degli ultimi anni. Questi titoli, a differenza delle azioni, vengono percepiti nell’immaginario collettivo più sicuri di quanto in realtà non siano. Soprattutto perché dietro il termine obbligazione si nasconde un universo di strumenti che trasforma profondamente la semplice natura di partenza di questi prodotti che, tecnicamente, sono titoli di debito emessi da un organismo (privato o pubblico). Il sottoscrittore, comprandoli, finanzia quindi l’ente acquistando una fetta del debito in cambio di un interesse periodico sotto forma di cedola. L’interesse dovrebbe essere proporzionale alla rischiosità dell’emittente (misurata da un rating che va dalla «tripla A» di massima affidabilità alla «D» di default), alla scadenza (più lontana è, maggiore è il livello di rischio) e al tasso di inflazione atteso. Il problema è che le obbligazioni non sono soltanto questo. Le obbligazioni non sono soltanto T-Bond (titoli di Stato americani) o Bund tedeschi, tra i due più sicuri titoli che ci siano in circolazione al mondo in questo momento. Basta aggiungere un aggettivo (e ce ne sono tanti) e il prodotto si trasforma. Quanti risparmiatori – sia quelli incappati nei recenti eclatanti casi di crac obbligazionari ma anche, e questa categoria è molto più ampia, chi è costretto malvolentieri ad aspettare la scadenza di un bond a 5-7 anni che solo dopo pochi mesi dall’acquisto si è svalutato con il prezzo caduto sotto il livello a cui verrà rimborsato – conoscono la differenza tra un’obbligazione «senior» e una «subordinata»?

Quanti conoscono e sono in grado di calcolare il rischio effettivo di un’«obbligazione strutturata» che al suo interno nasconde tutta la pericolosità intrinseca di un prodotto derivato che ha francamente poco a che fare con la banca o la società che ha emesso il titolo obbligazionario? Il problema, quindi, non sta tanto nelle obbligazioni ordinarie, quanto negli aggettivi che spesso le accompagnano cambiandone natura e pericolosità. Sono le varianti a confondere le idee, ad ammaliare i risparmiatori, a gonfiare i rendimenti promessi e i rischi. Varianti che trasformano l’essenza del prodotto di partenza e che contravvengono alla prima regola che un buon risparmiatore dovrebbe seguire e tenere sempre a mente: mai comprare un prodotto finanziario se si fa fatica a comprenderlo. Una regola che i risparmiatori italiani – che vivono nell’ossimoro di essere quelli con più soldi di tutti, circa 3.900 miliardi secondo Banca d’Italia ma allo stesso tempo con uno tra i più bassi tassi di alfabetizzazione finanziaria al mondo – non rispettano, pagandone ciclicamente le conseguenze.

Quegli stessi risparmiatori che commettono altri due gravi errori: 1) ignorare il trasparente conflitto di interessi in cui opera lo sportellista bancario che propone un determinato prodotto (come per qualsiasi negozio anche in banca si guardano agli utili e quindi ben vengano i prodotti che offrono più margini al venditore; 2) e cadere nella trappola dell’avidità fingendo di non sapere che alto rendimento equivale anche ad alto rischio. Risparmiatori poco evoluti hanno certamente le loro responsabilità ma i venditori ancor di più, trovando gioco facile nella bassa resistenza di clienti che spesso entrano in banca con le stesse conoscenze che un paziente ha di fronte al proprio medico di fiducia. Ecco perché il risparmiatore ha il dovere – e le istituzioni pure inserendo nei programmi scolastici l’educazione finanziaria – di fare il salto di qualità. Ha il dovere di colmare il gap di conoscenze – e guide come quella del Salvarisparmio si pongono l’obiettivo di dare una mano – rispetto a chi sta dall’altra parte. Mentre i venditori di prodotti finanziari hanno il dovere di proporre strumenti idonei al reale profilo di rischio e solo dopo essersi assicurati che i clienti abbiano capito davvero cosa stanno acquistando. Altrimenti di cerini accesi in mano ce ne saranno tanti altri in futuro.

  • dareios |

    Sono stato anni fa responsabile edp di una piccola banca del nord. Piazzammo obbligazioni di un’azienda americana che un giorno fallì. La banca restituì gli investimenti indebitandosi, ma la legge quella era. Circa i noti recenti fatti, -1-non dovrebbe essere permesso ad una banca di emettere obbligazioni proprie, -2- se la materia è così ingarbugliata da sigle e siglette che comprende solo un bocconiano, beh allora che si stabilisca che così come le medicine le prescrive il medico, anche azioni e obbligazioni devono coinvolgere un intermediario accreditato. Chi coscientemente sottoscrive una rinuncia e vuole far da sé che si arrangi.
    Nel caso Etruria &Co è mia opinione che lo Stato avrebbe dovuto surrogare comunque, rivalendosi in altro modo sui colpevoli e facendo contestualmente una legge delega che azzerasse il rischio che si possa ripetere.

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