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Perché l’inflazione è un miraggio e quindi…meglio il tasso variabile

Il dibattito economico degli ultimi anni è senza dubbio centrato sul tema dell’inflazione, l’aumento del costo dei prezzi. Quando questi salgono troppo si configura tecnicamente per chi ha un reddito fisso (qualora non indicizzato all’inflazione) una sorta di tassa occulta, in quanto si va incontro a una perdita del potere di acquisto a parità di reddito (diminuisce il salario reale). Quando questi salgono troppo poco (sotto il 2%) o non salgono per niente (0) o scendono (deflazione) i salari reali rimangono più o meno stabili ma non è detto che le cose vadano bene. 

Se un’economia non è in grado di generare un minimo di inflazione vuol dire che non sta andando tutto liscio, che è ferma o in contrazione.

Le principali banche centrali alla guida delle politiche monetarie dei Paesi più potenti stanno combattendo, da ormai diversi anni, lo stesso problema: l’incapacità di generare quel minimo di inflazione che indica che l’economia è in salute, né troppo debole, né troppo in fermento (nel qual caso l’inflazione tenderebbe a salire troppo e a trasformarsi in tassa occulta in termini di salari reali).

Il tentativo delle banche centrali è però finora frustrante. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono stati i primi a lanciare nel 2009 piani di quantitative easing, ovvero politiche attraverso cui una banca centrale – dopo aver portato il costo del denaro pressoché a 0 e quindi utilizzato al massimo questo tipo di stimolo convenzionale per l’economia – immettono nuova moneta creata dal nulla acquistando titoli sui mercati aperti nella speranza che i venditori di questi titoli (banche e fondi) reimmettano poi questa liquidità incassata nell’economia reale e, al termine del ciclo, l’economia torni a crescere in modo salubre generando quindi quel pizzico (2%) di inflazione che indica che l’economia di un Paese è sul binario giusto per una crescita sana nel lungo periodo. Dopodiché si sono aggiunte la Bank of Japan (2013) e la Bce (2015). Quest’ultima il 3 dicembre – quando si riunirà il prossimo direttivo – potrebbe annunciare un “Qe2”, un nuovo e più potente piano di acquisto di titoli per aumentare l’iniezione monetaria, sempre con l’intento di risollevare l’economia e l’inflazione.

La speranza è ovviamente che le politiche monetarie riescano nel loro intento. Anche si fino ad ora i risultati non sono esaltanti. A ottobre l’inflazione su base annua negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, nell’Eurozona e nel Giappone è stata pari 0. Nulla. Nessuna variazione dei prezzi. Nel frattempo l’inflazione inizia a scendere sotto la soglia della normalità anche in Cina (siamo all’1,3%) a causa del crollo dei prezzi delle materie prime che risentono di un eccesso dell’offerta su una domanda globale che resta debole.

Come mai le banche centrali fanno fatica a riportare sul binario della normalità il livello dei prezzi? C’è una ragione piuttosto logica che spiega quanto sia arduo oggi il compito dei banchieri centrali e risiede nella natura dell’inflazione. Questa viene creata perlopiù dal ceto medio basso, ovvero dai consumi della fetta più ampia della popolazione che, appunto, statisticamente rientra nella sfera del reddito medio-basso. In sostanza, l’inflazione non la creano di certo i ricchi e i super-ricchi che rappresentano quantitativamente una fetta minoritaria della popolazione.

Bene. Il ceto medio-basso dei Paesi che hanno vissuto il boom economico a partire dal dopoguerra (Usa, Eurozona, Giappone) è quello che oggi sta soffrendo una correzione salariale, pagando ora gli eccessi generati dal boom economico (in cui è stata proprio la crescita di ricchezza del ceto medio-basso a creare livelli di inflazione superiori al 10% come alcuni lettori con qualche anno in più alle spalle potranno ricordare).

Negli ultimi anni è accaduto che i Paesi più sviluppati sono entrati in forte competizione con i Paesi emergenti (che non hanno vissuto il boom economico nel dopoguerra). Questa competizione spinge automaticamente i Paesi sviluppati verso una deflazione salariale per poter restare competitivi. Di conseguenza, è molto complicato in questo quadro generare l’inflazione che le banche centrali di Usa, Eurozona e Giappone auspicherebbero. Non basta stampare moneta. Il problema è quindi più profondo, economico e antropologico.

Scendendo un po’ più nel pratico, questo scenario dovrebbe far restare bassi i tassi ancora per lungo tempo. Per questo motivo per chi sta scegliendo ora se stipulare un mutuo o surrogare uno già esistente (adeguandolo a questo scenario di tassi) dovrebbe valutare seriamente il tasso variabile (soprattutto su durate almeno fino a 15-20 anni) che costa in media l’1-1,5% in meno del fisso. I vantaggi prospettici del tasso fisso – per quanto oggi sia a livello nominale, ma non reale, ai minimi storici – scemano in un contesto di prospettive di debole inflazione.