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Il paradosso degli stress test è che incentivano le banche a non prestare

Siamo, purtroppo, alle solite. Le regole del condominio europeo sembrano scritte per vestire meglio gli interessi dei Paesi del Nord. Quelli del Sud, sia ben chiaro, non sono esenti da colpe interne. E tra queste, probabilmente, la più grande colpa è aver prestato meno attenzione di altri nel momento di firmare trattati che oggi condizionano profondamente le scelte di politica economica e incidono sulla debolezza economica. Tanto per ricordare, l’Italia si avvia al terzo anno di recessione consecutiva (la Commissione europea stima -0,4% per il 2014) e nel 2015 (dove la stima si è ridotta da +1,2% a +0,6% e non è da escludere di questo passo che venga ridotta ancora) solo Cipro farà peggio dell’Italia. Quindi è già ben oltre il “triple dip” paventato dalle agenzie di rating sul ciclo economico europeo. La disoccupazione non accenna a migliorare, è sui livelli percentuali del Dopoguerra. La produttività è calata del 25% in pochi anni. E tanto altro ancora. La deindustrializzazione avanza sorniona.

Con il “siamo alle solite” mi riferisco a un altro esempio lampante di regole europee scritte sul vestito dei Paesi del Nord. Mi riferisco agli stress test appena conclusi dalla Banca centrale europea che dal 4 novembre si appresta a supervisionare le banche del Vecchio Continente con la cosiddetta unione bancaria.

Gli stress test hanno misurato la capacità di resistenza del patrimonio di una banca dinanzi al seguente scenario avverso: è stato ipotizzato un marcato calo del Pil (-6,1% per l’Italia nel triennio 2014-2016, -7,6% per la Germania e -6% per la Francia). E poi si sono analizzati gli attivi delle banche. Il risultato è che 9 banche italiane sono state bocciate agli stress test condotti sui bilanci a fine 2013. Di queste però solo due dovranno effettivamente rafforzare il patrimonio (Mps per 2,1 miliardi e Carige per 883 milioni) perché le altre bocciate, con i rafforzamenti preventivi di capitale adottati nel 2014, si sono mosse d’anticipo rientrando nei parametri.

Per approfondire il discorso, è meglio fare qualche precisazione sugli elementi del bilancio bancario che incidono sugli stress test. Una banca ha un capitale e degli attivi. Ai fini degli stress test è importante capire quelli che sono considerati attivi rischiosi, in base ai quali deve esserci una quantità di capitale necessaria a farvi fronte. Gli attivi rischiosi sono denominati Rwa (Risk weighted asset), ovvero attività ponderate per il rischio. L’Rwa è una sorta di indicatore che misura il livello di rischiosità di un’attività di una banca. Più è alto il livello di rischio, più alto è l’Rwa. Quale è considerata l’attività più rischiosa? Il credit risk, ovvero il rischio di credito: i prestiti concessi alle imprese, all’economia reale. Come ben spiegato in questo articolo, le attività finanziarie, comprare e vendere azioni, bond e commodity sono considerate meno pericolose, tanto più se gli asset finanziari, come è accaduto in questi ultimi anni salgono a dismisura. Nel dettaglio, quest’altro articolo – a mio avviso il migliore scritto sugli stress test in Italia – spiega che nella composizione degli Rwa il credito pesa per l’80%, mentre i rischi di mercato sono al 6% e quelli operativi all’11%.

Di conseguenza, ai fini degli stress test le banche con più prestiti in pancia all’economia reale sono risultate più penalizzate di quelle con più titoli finanziari, magari anche tossici. Con il paradosso che Deutsche Bank – che ha un bilancio di 1.580 miliardi ma di questi appena 353 considerati attività di rischio (Rwa) perché la gran parte è destinata in titoli finanziari e operazioni di trading – è considerata più affidabile di UniCredit e Intesa Sanpaolo che hanno una forte componente del bilancio destinata ai prestiti all’economia reale (Intesa Sanpaolo è al 52%). Stesso discorso per Commerzbank e via dicendo.

In sostanza, ai fini del metodo di calcolo degli stress test è risultato più conveniente non prestare all’economia reale e acquistare titoli finanziari e derivati. Un paradosso dato che la Bce sta cercando – attraverso prestiti T-Ltro attraverso cui le banche ricevono prestiti dalla Bce in funzione di quanti impieghi a famiglie e imprese concedono – di spingere gli istituti a marciare nella direzione opposta. Salvo poi pesare molto di più il rischio credito che non quello del possesso di un titolo derivato.

  • Robo |

    Non la ringrazierò mai abbastanza dottor Lops per la sua opera di informazione sempre comprensibile anche per analfabeti economici, quale io sono.

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