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Cosa può fare un quantitative easing a scoppio ritardato in un’area bancocentrica? #qe #draghi

Tutti aspettano un quantitative easing europeo. Per molti analisti è ormai solo questione di tempo. Tempo necessario per risolvere problemi tecnici e politici non indifferenti. In ogni caso questo è oggi il sentiment degli operatori. Bisogna però fare una riflessione: cosa può fare un quantitative easing (che giunge a scoppio ritardato, dato che gli Usa hanno iniziato nel 2009 a cui poi a ruota hanno fatto seguito Gran Bretagna e Giappone) in un’economia bancocentrica come quella europea?

Le aziende europee, ed è una caratteristica ancora più accentuata in Italia, si finanziano in banca più che in Borsa. Negli Stati Uniti invece l’economia è decisamente “mercatocentrica”, ovvero la gran parte delle aziende si finanzia sui mercati, semplicemente quotandosi e attraendo capitali. Pertanto l’impatto di un quantitative easing – operazione attraverso cui una banca centrale acquista sia titoli di Stato che titoli privati (Abs) a mercato aperto con l’effetto di dare più liquidità alle banche, di abbassare i tassi sui titoli di Stato anche a lunga scadenza e di far crescere asset class più rischiose come le azioni dato che la liquidità fornita spinge gli investitori verso attività più remunerative e speculative – sull’economia reale è ben più significativo in un’economia mercatocentrica che non in un’area bancocentrica. Perché il qe fa salire le azioni e crescendo il valore di Borsa cresce anche il capitale che un’azienda quotato può utilizzare per crescere.

Invece, in un’economia bancocentrica (e dove la funzione di banca di investimento e banca tradizionale sono accorpate) la scelta del finanziamento spetta alle banche, in base a ragioni di convenienza prettamente utilitaristica (“ho più margini nel prestare a un’impresa oppure nell’investire la liquidità in strumenti finanziari?”). Ne consegue che una banca centrale (in questo caso la Bce) può oliare il motore delle banche nel modo migliore possibile (come sta facendo da anni anche attraverso le operazioni di finanziamento agevolato chiamate Ltro e T-Ltro o come potrebbe fare con un “qe” che le liberi da crediti scomodi cartolarizzati in titoli Asset backed securities acquistati a mercato aperto dalla Bce) ma non può spingere le banche a prestare soldi a imprese in affanno, in fasi economiche avverse e anti-cicliche, come quella attuale.

Non può spingere gli istituti europei – che secondo Fitch hanno sofferenze superiori al trilione di euro a fronte di riserve per meno di 600 miliardi – a prestare laddove il rischio sofferenze si moltiplicherebbe e, soprattutto, in un contesto economico rischioso e poco profittevole. La crisi dell’Eurozona che va avanti dal 2008 ha creato danni strutturali peggiori di quelli del secondo dopoguerra, ha abbattuto la domanda (la deflazione e la disoccupazione sono un’inevitabile conseguenza e prevedibile stando alla semplice ma ancora valida teoria di Phillips). Confidare che la crisi si possa risolvere con un fantomatico “qe europeo”, quindi insistendo ancora una volta sul lato dell’offerta e ignorando la domanda, ignorando le potenzialità della domanda di creare l’offerta e la loro inequivocabile simbiosi, rischia di illudere ancora una volta i cittadini europei. E di rimandare il giorno in cui si potrà davvero e coralmente osservare questa crisi da lontano e tornare a sorridere.

  • Eugenio Giannoni |

    ci spiega tecnicamente come sia possibile l’affermazione da lei riportata che “il qe fa salire le azioni e crescendo il valore di Borsa cresce anche il capitale che un’azienda quotato può utilizzare per crescere.” ?

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