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Tutti aspettano Draghi ma l’arma di ultima istanza per l’Eurozona non è in mano alla Bce

La Bce si appresta ad annunciare un quantitative easing, una manovra di acquisto di titoli a mercato aperto. Gli analisti ipotizzano che il mercato in questo momento stia prezzando un “qe” su titoli Abs (asset backed mortgages, cartolarizzazioni, ecc) al 75% e al 50% anche un acquisto di titoli di Stato. Le probabilità sono alte: per gli operatori è ormai solo una questione di tempo, non più del se.

Ci sono però parecchi dubbi sia sulla fattibilità, che sull’efficacia sull’economia reale di un’operazione del genere.

Per quanto riguarda l’acquisto di titoli Abs (per i quali la Bce ha chiesto una consulenza al super gestore BlackRock) bisogna aspettare probabilmente che il mercato degli Abs si ricrei con numeri importanti nell’Eurozona. Dal 2008 (da quando è scoppiata la crisi prima finanziaria ed economica, ironia della sorte, proprio a causa di titoli Abs, statunitensi però, quelli legati ai mutui subprime concessi negli Usa tra il 2003 e il 2007) il mercato di Abs si è decisamente ridimensionato in Europa. E’ probabile che la Bce prima di annunciarlo nei dettagli (dopo che ha lasciato intendere le sue intenzioni già da giugno) stia aspettando che tecnicamente questo mercato si formi, ovvero che le banche impacchettino i loro prestiti e mutui in titoli cartolarizzati, forti della copertura che avrebbero da parte della Bce. In questo modo la Bce “stamperebbe moneta” per ripulire i bilanci bancari da prestiti ci sia augura non “eccessivamente cattivi”. Le banche avrebbero quindi in teoria mano più larga per prestare all’economia reale. In teoria, e fra un po’ vediamo perché.

Ci sono perplessità anche sulle modalità entro cui la Bce possa annunciare una parte di “qe” relativo all’acquisto di titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona, aumentando le riserve bancarie che glieli cedono. I trattati europei vietano che la Bce finanzi singoli Stati. Un punto su cui ci si è già scontrati nel 2010-2012 quando la Bce ha acquistato i titoli di Grecia, Italia, Spagna e Irlanda nel cosiddetto piano Smp (Securities Markets Program). In che modo potrebbe farlo? Acquistando titoli in proporzione alle quote di partecipazione dei singoli Paesi? In questo caso la Bce comprerebbe più Bund che BTp e Bonos perché la Germania ha una quota maggiore di Italia e Spagna e quindi lo spread potrebbe allargarsi, anziché restringersi. E poi, con rendimenti nominali già profondamente bassi (non quelli reali visto che siamo in deflazione) quale efficacia avrebbe sull’economia reale utilizzare questa nuova liquidità per far scendere ulteriormente i rendimenti ma mantenendo sostanzialmente invariati gli spread?

I rendimenti reali, quelli che veramente contano, scendono solo con un ritorno dell’inflazione nell’orbita del 2%. E l’inflazione è il primo obiettivo, oltreché il vero cruccio istituzionale della Bce. In questo momento (con tutta la periferia dell’Eurozona in deflazione e con la Germania che non riesce a generare un’inflazione normale a tale punto da riportare un po’ più in equilibrio gli squilibri nella bilancia dei pagamenti creatisi nei primi 15 anni di Eurozona, e questo perché fa fatica ad adattare i salari alla produttività con azioni di dumping salariale) c’è la sensazione che la Bce stia perdendo i fili della marionetta. E’ vero che si occupa di inflazione nel medio periodo. Ma ogni mese di deflazione (e di aumento del costo reale dei debiti) è tempo più che perso, è tempo in cui Paesi si deindustrializzano, in cui la disoccupazione diventa cronica e compagnia bella. Quindi sarebbe giusto che la Bce si preoccupasse anche dell’inflazione, anzi della deflazione, di breve periodo.

Ma c’è la sensazione che la politica monetaria (di qualunque pasta essa sia, taglio dei tassi, T-ltro, qe e altre sigle a venire) ormai non basti più a rilanciare l’economia. La Bce può pure mettere le banche nelle condizioni ideali (prestando soldi a tassi agevolati, vedere T-ltro, oppure ripulendone i bilanci con l’acquisto di Abs). Può cioè oliare alla perfezione chi sta dal lato dell’offerta. Ma se chi sta dal lato della domanda è in crisi (famiglie, imprese) e non è nelle condizioni di esibire quell’affidabilità necessaria affinché i prestiti vengano restituiti, non verrà aiutato in qualche modo, difficilmente le banche (che sono attori privati che badano al profitto) torneranno a concedere credito. Fino a che non si aiuta la domanda, l’offerta rischia di restare al palo.

A questo punto bisogna ammetterlo: l’arma di ultima istanza per uscire dalla più grave crisi del dopoguerra in Europa è la leva fiscale. Dare la possibilità ai Paesi di attuare più deficit spending nei momenti di crisi (come vuole la logica economica) mettendo in secondo piano parametri decisi più di 20 anni fa che, per pigrizia o mancanza di visione, sono stati scritti in modo rigido, come se l’economia non affrontasse cicli, alti e bassi. E quest’arma la Bce non ce l’ha. Ma bisognerebbe forgiarla aggiornando vecchi trattati su cui non è giusto che poggi il futuro delle nuove generazioni.

Un’azione fiscale non sarebbe probabilmente il vero toccasana, ma certamente varrebbe 100, e forse ancor di più, manovre di politica monetaria in questo momento.

  • Antongiulio |

    Verissimo, articolo ben fatto e soprattutto comprensibile ai meno esperti del settore…

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